GLI ERRORI DELLE MADRI ITALIANE NELL’EDUCAZIONE DEI FIGLI

 

LA GUERRA TRA MADRE E FIGLIA

 

Cominciamo dai sintomi: poi ascolteremo le interpretazioni dello psicologo. Una madre rincasa da un giro di compere, appare nervosa, manda il marito a “portare un momento fuori quella povera bestia” (il cagnolino), poi con un pretesto futile si scatena sulla figlia, arriva ai manrovesci. La figlia ha quindici anni, e siccome è un tipo sveglio si difende. Sberle reciproche. Il fatto si ripete, la figlia non riesce a capire: sua madre le vuole molto bene, le è sempre vicina, persino troppo, cerca le sue confidenze, si professa sua “amica”. Perché queste furie improvvise? Dopo una serie di scenate (a padre sempre assente) la figlia scopre una coincidenza; gli stati aggressivi della madre nei suoi confronti conseguono regolarmente al rientro da un giro in città (dalla spesa, dal mercato, dalle commissioni in centro eccetera). Sbollite le smanie, la madre ritorna normale e la figlia indaga, la fa parlare; si accorge, alla fine, che esiste un’altra coincidenza: la madre ha ricevuto per strada un complimento da uno sconosciuto, magari un apprezzamento pesante ma che l’ha lusingata.

Altro sintomo. La figlia telefona. Sua madre inizia subito una manovra tipica; passa avanti e indietro rallentando il passo, fingendo improvvisi mestieri tra cucina e salotto, salotto e anticamera; oppure socchiude l’uscio: la figlia sente che la macchina per cucire si è fermata: la madre tende l’orecchio, ascolta, origlia. Se la telefonata si prolunga, la madre non resiste più, viene a chiedere chi è, ma insomma come la fai lunga, io devo telefonare, ma si può sapere cosa stai dicendo. Arriva al punto di sbattere giù brutalmente la forcella, interrompe di rabbia quella insopportabile comunicazione. I1 gesto la scarica, si confonde, magari si scusa, litiga ma cerca di scantonare.

Oppure; la figlia scopre d’improvviso che sua madre le ha preso il diario, e non solo lo ha letto, ma lo ha glossato qua e là con frasi brevi, per lo più moraleggianti: “male, male”; “esagerata!”, “ai miei tempi queste cose non si pensavano nemmeno”, “bum!”, “ma cosa dici”. Scarsissimi gli elogi. I1 diario viene ritrovato dalla figlia al suo posto, nel cassetto, sotto il cuscino, come niente fosse stato. La madre non gliene parla: si è limitata e si limita a leggerlo e a glossarlo. Per la figlia non c’è altra soluzione che chiuderlo a chiave. La madre si inasprisce, la accusa di pensieri e azioni torbidi: “allora vuol dire che chissà cosa pensi e chissà cosa fai”. La figlia reagisce, le fa leggere che i pensieri e le azioni son sempre quelli di prima, ma smette di tenere il diario. La madre la rimprovera: “perché non fai più il tuo diario? quando si è ragazze è bene avere il diario, poi quando si è grandi fa così piacere rileggerlo”.

La figlia adolescente vorrebbe, “come le sue compagne”, le calze di nailon, certe gonne, certi golfini, il vestito da sera “un po’ scollato”, vorrebbe tagliarsi i capelli e darsi un filo di “crema cacao” sulle labbra. I1 padre ride ma non dice di no, sembra divertirsi e considerare la cosa piuttosto scema, ma in fondo “naturale” (sono sempre più rari i padri che delle calze di nailon fanno una questione morale; semmai ne fanno una di buongusto). Si oppone invece la madre: “sei ancora una bambina”. L’opposizione, tuttavia, è a fasi alterne di condiscendenza e irrigidimento. Capita che sia proprio la madre a comprare improvvisamente alla figlia una quantità di capi di vestiario non più “da bambina”; ma può succedere che un giorno neghi alla figlia di indossare proprio quella gonna da lei stessa acquistata; “non è ancora adatta, ti sta proprio male, devo allungarti l’orlo”. Ma non lo allunga mai.

La madre apre la posta della figlia, ma di nascosto: in genere usa una matita, con la quale scolla cautamente la lingua della busta; poi reincolla. Finge quindi non sapere niente, ma interroga insistentemente la figlia, la quale sa benissimo che cosa è avvenuto. La madre dice: “non capisci che cerco soltanto di esserti amica? di aiutarti un po’ con la mia esperienza?”

La madre giudica gli amici della figlia, ma su un piano prettamente femminile: “quello si che è carino”, “un bel giovinetto davvero”, “quello è brutto, e grasso”, “a me piace il biondino”, “a me piace il Giorgio, così alto, quello sì ch’è un fusto, e poi ha una bella bocca”. La figlia può acconsentire o no, magari discute distrattamente su questo o su quello, ma preferisce lasciar perdere: questo discorrere di sua madre la irrita profondamente, perché è un discorso da femmina. Il discorso che vorrebbe sentirle fare è questo: “quel Giorgio mi sembra una persona per bene”: oppure: “quello piccolo e grasso mi dà tanto l’aria del furbo, stagli attenta”; o ancora: “quel ragazzo biondo è bene educato, mi piace come si comporta”.

 

Lo shake e la madre-tartina

Gli esempi di sintomi potrebbero continuare. Fermiamoci qui per avvertire che riguardano non certo la totalità dei rapporti tra madri e figlie adolescenti, ma una loro elevata percentuale, almeno secondo gli psicologi attenti alle faccende familiari dei nostri giorni. Sono esempi reali, ricavati da una serie di dibattiti fra genitori, figli e psicologi tenuti alla “Scuola dei genitori”a Milano. Non siamo dunque nel campo della patologia, ma vicini ai suoi imprecisabili confini. “È molto frequente”, dice il professor Dino Origlia, “osservare nei rapporti madre-figlia, particolarmente in questi anni difficili, una componente nevrotica da parte della madre”. Come si spiega, da dove ha origine e come si esplica questo atteggiamento nevrotico?

Ancora una volta esso si ripresenta soprattutto tra le madri fra i trentacinque e i cinquant’anni d’età: abbiamo già osservato, negli articoli precedenti, quanto difficili e talvolta penose siano le condizioni psicologiche della maggioranza di queste donne, spettatrici di una evoluzione sociale, di un’emancipazione femminile cui non possono prendere parte attiva, nonostante la piena carica vitale di cui ancora dispongono. Tagliate fuori dal mondo che cammina, queste “casalinghe frustrate” tendono a riversare sui figli (non più sul marito) l’intero potenziale affettivo di cui sono capaci. Abbiamo visto che cosa succede tra madre e figlio maschio, fino al caso limite dell’“Edipo felice”. Il rapporto con la figlia adolescente è assai più complesso.

È un rapporto ambivalente. La madre ama la figlia con grande intensità (è appunto la madre iperprotettiva che è oggetto di questa inchiesta), la segue e ne desidera sinceramente il successo, ma nello stesso tempo non può rinunciare a fare un confronto permanente tra quella che era la sua propria condizione di ragazza e quella che è ora la condizione della figlia. I1 senso di protezione e di compartecipazione si unisce inconsciamente a quello della gelosia femminile. Non si tratta, e ne accenno poiché codesto errore di giudizio è comune, di una banale gelosia perché la figlia è più giovane, magari più carina o più corteggiata, eccetera: la gelosia riguarda il diverso modo di vivere di questa figlia, il suo diverso modo di essere, di affacciarsi alla vita, riguarda il suo immaginabile futuro. È la gelosia del suo nuovo modo di diventare donna.

Di qui nasce, da un lato, il desiderio di vivere insieme alla figlia questa sua eccitante esperienza, dall’altro l’avversione, che nei casi patologici arriva all’odio. I1 desiderio di compartecipazione crea nella madre l’esasperazione telefonica, la curiosità di leggere il diario, la malizia di aprire le lettere, eccetera: vuole sapere che cosa fa e che cosa pensa questa prossima donna che è sua figlia, vuole conoscere come fa a iniziarsi al nuovo mondo. Il suo proporre e cercare l’“amicizia” è sincero, ma nasconde anche, più o meno conscio, il desiderio di ottenere le confidenze, anche le più intime, per identificarsi in un’esperienza che non è stata la sua, che non è mai potuta essere la sua. È chiaro che si parla di madre e figlia di una società cittadina. “La vita di campagna”, ricorda il professor Giuseppe Tramarollo, “ha ritmi, costumi ed evoluzione diversi”. Nella piccola e media borghesia cittadina, cioè nella massa della popolazione inurbata, il modo di crescere psichicamente e di vivere materialmente di una adolescente è profondamente diverso da quello di appena venticinque o trent’anni fa: la scuola media e il liceo statali (non più le suore o i collegi o le scuole private femminili), lo scooter, il juke-box, la cicca americana, la minigonna, le calze di nailon, gli stivaletti, i fumetti, l’aggressione pubblicitaria sui giovani, i Beatles, il due pezzi, lo shake, il cinematografo, lo sport (le ragazze sciano con coetanei, la mamma non sa sciare; vanno in piscina, la mamma nuota male e si vergogna), la televisione e la disinvoltura e la frequenza dei rapporti d’amicizia coi maschi sono una congerie di elementi assolutamente e radicalmente nuovi. Le differenze culturali, in senso etnologico, fra una donna di quaranta o cinquant’anni e sua madre settantenne non sono realmente apprezzabili: sono entrambe cresciute in un modo analogo, in una società già in movimento ma sostanzialmente ancora bloccata e uniforme, con gli stessi miti, le medesime regole, gli identici tabù. Tra una donna di quarant’anni e una ragazzina di quindici si è spalancata invece la fossa delle Marianne. L’abisso più profondo ha un semplice nome: il lavoro. La ragazzina, infatti, studia perché “andrà a lavorare”. È l’emancipazione, quella vera.

Così la madre ansiosamente compartecipa, ansiosamente spia e insegue. Il suo giudicare gli amici della figlia in chiave femminista non è che il tentativo di mostrarle come il proprio gusto di donna sia ancora sveglio, moderno, giovanile, un tentativo di fare alleanza, di mettersi sul medesimo piano: l’errore è grave, poiché in realtà la figlia vede in sua madre, vuol vedere in sua madre qualcosa di ben diverso che una specie di collega. In questa inchiesta ho scoperto nuovi appellativi affibbiati specialmente alle madri. “Sa come la chiamiamo mia madre?”, ha detto una sedicenne allo psicologo incaricato di un sondaggio. “La madre-tartina”. Da notare, anzitutto, quel “noi”: infatti la figlia, che pur amava sua madre e la stimava, la giudicava dall’altra sponda, quella dei suoi amici. Madre-tartina perché se accettava di non disturbare con la sua presenza le piccole feste casalinghe della figlia con i coetanei, inevitabilmente, a un certo punto, compariva col vassoio delle tartine, e con questo pretesto si fermava a partecipare, “come un bel cubo di ghiaccio”. Un tempo la madre si sedeva in poltrona e gradiva l’omaggio dei giovanotti, vigilava benevola, sua figlia faceva da “brava ragazza di casa”. Oggi dà fastidio anche se porta le tartine. “Non si può ballare uno shake”, ha detto una quindicenne “con mammona che guarda e capisci che vorrebbe provarci: ti smonta, accidenti”.

 

Pagato dalla figlia il complimento alla madre

La gelosia si rivela in momenti di aggressione di cui abbiamo ricordato qualche esempio. La madre riceve per strada un complimento, dentro di sé avverte una vampa di lusinga: dunque è ancora giovane, dunque avrebbe ancora qualcosa da dire, gli uomini la guardano, non è una donna finita. Rincasa e si trova davanti la ragazza, la realtà brutale, il ridimensionamento: la madre è effettivamente ancora giovanile e piacente, avrebbe ancora effettivamente qualcosa da dire, ma la sola presenza della figlia le dice chiaro che questi sono poveri sogni: la sua vita, ormai, appartiene a quelle quattro mura di casa, a quella cucina, a quelle attese quotidiane del marito che torni dal lavoro, della figlia che torni da scuola e dal suo mondo misterioso gonfio di suggestioni a lei proibite. L’aggressione ha il significato di una lacerazione interna, cui segue il pentimento, la confusione, la riparazione sotto forma di attenzioni affettive centuplicate. “Con mia madre”, ha detto la figlia di questa signora, “è come una doccia scozzese”.

L’equilibrio è difficile. Gli psicologi convengono che quand’esso è in pericolo il solo elemento della famiglia che potrebbe ristabilirlo è il marito, l’uomo di casa. Ma i mariti di queste “casalinghe frustrate”, a quanto risulta, non sembrano nella media particolarmente efficienti. Se si accorgono che tra madre e figlia i rapporti sono delicati, per eccessiva intimità o al contrario per antagonismo, quasi sempre girano 1’angolo: “son cose di donne, chi le capisce”. La madre, d’altra parte, tende essa stessa a estrometterlo dal proprio gioco con la figlia: non perde occasione per insinuarle com’egli sia certo onesto, rispettabile, ma deludente per una donna (sul piano genericamente psicologico). “Oh, tuo padre sai com’è”, “Ti dico, cerca di non sposare un uomo come tuo padre”,”Be’, tuo padre lo vedi”. Le fanno notare come mangia male, dicono che non si lava, che russa, che ha cattivo odore, le unghie col nero: piccole cose sgradevoli. La “casalinga frustrata”, dice lo psicologo, tende a riversare sul marito l’astio ch’essa prova per gli uomini della sua generazione, colpevoli di avere impedito quella emancipazione che ora è concessa alla figlia. E la figlia reagisce in due modi: se il padre è virile, cordiale ma autorevole, padrone della situazione, presente ed efficiente (e allora non importa più se mangia male o si mette le dita nel naso: gli viene perdonato), passa lentamente dalla parte di lui, lo difende contro la madre, che a questo punto si trova drammaticamente sola e perduta.

 

Colpa della madre se la figlia si licenzia

Ma se il padre è di quelli che girano l’angolo, si assenta, non interferisce, “non c’è”, essa ne riceve una delusione cocente, il mito del padre-maschio che è in lei a poco a poco si corrompe e si disfa. Lo psicologo annota che da queste ragazze nascono le fidanzate che non si sposano mai, che si trascinano dietro per anni l’incertezza e la paura di “capitare male”, cioè con un uomo sul tipo del padre, che ha prodotto un tipo di donna come sua madre. Oppure nascono le ragazze che superati i vent’anni finiscono amanti di un uomo sposato (non di uno scapolo): l’uomo sposato non comporta il pericolo di matrimonio, e per di più rappresenta quel simbolo di “uomo vero” che la ragazza più o meno consciamente ricerca. Situazioni psicologiche contorte e dolorose, oggi particolarmente frequenti nella società cittadina.

Ecco un caso, per esempio, che è stato interpretato in questo quadro: una ragazza impiegata, ormai sulla trentina, non riesce a resistere in un posto di lavoro oltre un breve periodo: laboriosa, molto intelligente, apprezzata ovunque, a un certo punto comincia a rendere sempre meno, e sembra lo faccia apposta: fino a quando riceve la lettera di licenziamento; da questo momento, fino al licenziamento effettivo, ritorna bravissima, efficientissima. Spiegazione: la ragazza è ossessionata dall’impressione che i colleghi d’ufficio, specialmente gli scapoli, la corteggino, la guardino, le tendano insidie, la desiderino: una specie di “complesso della segretaria”: allora mira a liberarsi di questo pericolo, di questa angoscia: liberarsi significa andar via, cioè farsi licenziare; quando riceve la lettera di licenziamento “sa” che andrà via, si sente tranquilla, riprende a lavorare con l’impegno che le è proprio. Questa ragazza ha vissuto e vive con una madre iperprotettiva, che le ha sottilmente inoculato il veleno della propria ambivalenza, della propria frustrazione.

Lo psicologo considera un lavoro quasi disperato riuscire a liberare le madri iperprotettive dalla loro situazione: la mortificazione e le sue implicazioni non sono immaginarie, ma autentiche, la madre si sente “tagliata fuori” perché lo è realmente, e le buone parole, i consigli, lo scoperchiamento dei complessi servono poco o niente. Le loro malattie psicosomatiche, il mal di cuore, i reumatismi, ricorrenti ogni qualvolta la figlia deve andare da sola a un week-end, a una festa, a ballare, utili per impedirle lo svago o quanto meno per renderglielo amaro per senso di colpa, da immaginarie divengono reali, la sofferenza si fa autentica e acerba. Per queste madri non serve nemmeno il suggerimento di “tornare al marito”: il marito non esiste più, la sua presenza è scontata e ormai del tutto priva di interesse. “Mio marito, cosa vuole, lavora, si fa i fatti suoi”. Molte mogli, a questo punto, si augurano che il marito “si faccia l’amante, così almeno mi lascia in pace”.

Un aspetto triste, dunque, della società italiana contemporanea, che tuttavia è destinato a trasformarsi e scomparire con il flusso delle prossime generazioni di madri. Come si diceva negli articoli scorsi, le adolescenti di oggi, quando saranno madri, si troveranno molto più intimamente vicine alle loro figlie, di quanto non siano oggi alle madri proprie. Non solo è facile intuirlo, ma si può ricavarne la prova da un’induzione: il rapporto madre-figlia è di gran lunga più equilibrato quando la madre lavora. Già oggi, nella società urbana, parecchie madri trentenni hanno una professione, un mestiere, un’occupazione fissa che le obbliga fuori di casa l’intera giornata o gran parte di essa. Sono donne inserite nella società, donne che vivono la cosiddetta emancipazione nel senso giusto e civile. Per esse la figlia è una specie di giovane amatissima allieva. che un bel giorno se ne andrà verso la sua avventura, rimanendo vicino col cuore. La giovane madre emancipata dal lavoro farà magari le corna al marito, dice lo psicologo, se il marito la delude o l’annoia, ma non farà mai pagare alla figlia (o al figlio) una frustrazione che non ha.

La crisi è dunque transitoria, e non varrebbe la pena di rilevarla se essa non portasse, come porta realmente, una minaccia di riflesso. I casi di quelle figlie che non arrivano a sposarsi, che soffrono di faticose nevrosi, che non riescono a inserirsi normalmente nella società e nel rapporto con l’altro sesso, sono appunto le risultanze, quasi sempre, di un condizionamento materno. È ben per questo che il problema, proiettandosi sulla società di domani, preoccupa lo stesso sociologo. In alcuni paesi, particolarmente in Germania, è stato introdotto il lavoro a metà giornata per casalinghe: il successo è stato inatteso e ha suscitato il consenso anche dei datori di lavoro. Ma l’Italia sembra ancora troppo socialmente immatura per un’operazione di questo genere. Non resta di meglio, probabilmente, che segnalare con coraggio, e una certa dose di impietosità, le forme oscure e palesi di questo diseducante egocentrismo di tante madri, che si configura tra le prime cause della pretesa incomunicabilità tra le due generazioni. Riconoscere la causa di un male è già un passo avanti.