I LINGOTTI NEL POLLAIO

 

L’ ultimo allarme per un presunto tesoro di Mussolini ha portato i cercatori lontano dalle piste tradizionali: laghi alpini, fondali marini e vecchie abbazie. Unica scoperta importante: il cugino del duce aspetta i danni di guerra.

“Il tesoro? Macché tesoro. I danni di guerra, piuttosto; i danni di guerra”, dice il signor Mussolini Pietro, e vuole offrire un bicchiere di vino. Ma lui sa la storia del tesoro? Scotland Yard... “Ma sì, son venuti un mucchio di giornalisti. Ma qui non è questione del tesoro. I danni di guerra, invece, sono una roba seria. Vede com’è ancora ridotta la mia casa? Voi dovreste scrivere che io, i danni di guerra...”. Va bene, scriveremo dei suoi danni di guerra, ma questo tesoro, otto miliardi, del suo cugino Benito, questo tesoro che sarebbe sepolto in una stalla di Predappio. “Ma piantiamola lì con questa scemenza, chi ha mai visto un tesoro: magari! È che io mi chiamo Mussolini e a momenti i partigiani mi accoppano solo per questo, e adesso sono vent’anni che non mi danno i danni di guerra. Perché vede, nel 1945 la mia casa...”.

La storia del tesoro dello zio Benito finisce nel faceto. Torna a casa l’inviato del Daily Telegraph, il quotidiano che ha pubblicato la soffiata ricevuta da Scotland Yard non si sa bene da parte di quale informatore, tornano in caserma i carabinieri mandati a presidiare la casa natale del duce (misure di prudenza), rifanno le valigie gli inviati dei principali giornali italiani stranieri, ritornano in pace il questore di Forlì e il sindaco comunista di Predappio. Ma ai predappiesi chi gliela toglie ormai l’idea del favoloso tesoro, otto miliardi? “Certo, c’è pure la corona del Negus: oro massiccio, con una criniera di leone e mille diamanti”, dice uno in piazza. Da chi l’ha saputo? “Eh”, sorride da furbo. “I diamanti sono duemila”, corregge un altro, e guarda via.

La caccia, come tutte le cacce al tesoro che si rispettano, aveva una “dritta” precisa e generica nello stesso tempo: il tesoro si trova sepolto nella stalla di una cascina abitata da una famiglia composta da padre, madre e figlia quindicenne, i quali ignorano di possederlo; la cascina è in un raggio tra otto e trenta chilometri da Predappio. Per tre o quattro giorni i coloni delle cascine intorno a Predappio hanno dovuto accompagnare decine di visitatori nelle proprie stalle e far loro vedere le proprie figlie. Poi è cominciato lo scoraggiamento. Scotland Yard ha allargato le braccia: noi abbiamo rivelato, hanno detto gli austeri poliziotti di Londra, quanto ci è stato comunicato da una certa fonte, ma non sappiamo di più. Questa fonte sarebbe un ex-ufficiale polacco, che ricevette la confidenza di un suo soldato carrista. Il soldato scoprì involontariamente coi cingoli del suo panzer, nella campagna predappiese, alcune casse blindate piene di oro; stupito e comprensibilmente emozionato, si affrettò a nasconderle meglio. Il luogo? Non già in una stalla, ma in aperta campagna, vicino alla cascina di un console della milizia di nome Baccinello. Ma di Baccinelli, nella zona, non ce ne sono mai stati. C’è piuttosto una località Baccanello, a otto chilometri da Predappio, dove un altro console della milizia, certo Zauli, morto tre anni fa, possedeva un podere. Nel podere c’è una cascina diroccata e abbandonata. Sarà lì? “Le casse non erano otto, ma diciotto”, dice un terzo nella piazza. “E c’era il diario, il famoso diario di Mussolini”, aggiunge un quarto. Infatti lo confermerebbe, a posteriori, la dichiarazione di un gerarca catturato a Dongo: Mussolini scriveva un diario, e lo ha nascosto vicino a Predappio. Conferma anche il cameriere Mentore Ruffilli della Rocca delle Caminate: il diario lo vidi coi miei occhi, era un librone con la copertina nera. Il tesoro, fa sapere un ex-funzionario di polizia politica fascista, naturalmente in incognito, è sepolto sotto il pollaio della Rocca: ma contiene soltanto documenti. Niente corona del Negus.

Tornati tutti a casa, restituita Predappio alla sua quiete campestre e alle sue tranquille memorie, gli archivi dei giornali consegnano un nuovo dossier alla voce “Tesori nazi-fascisti”. Prima di chiudere il cassetto la mano sfoglia incuriosita. È davvero singolare la quantità di tesori nazi-fascisti, più o meno fasulli, che hanno agitato le cronache degli ultimi vent’anni.

Da quello di Dongo (rimasto forse l’unico a conservare nel tempo una sua dignità di cosa reale) a quello di Rommel, da quello di Goering a quello del lago di Toplitz, da quello di Buffarini Guidi a quello del Monte Soratte eccetera. La psicologia particolare del tesoro sepolto è una costante umana, che affiora in tutti i tempi ma soprattutto nel secolo scorso: Gustavo Adolfo Bécquer, il grande poeta spagnolo, cercava tesori presso abbazie e conventi, e scriveva che niente era più affascinante e struggente di questa caccia. Scavò per anni e non trovò mai niente, e naturalmente lo presero per matto. Il tesoro sepolto ha le sue regole precise: l’oro, le gemme, il luogo misterioso e il rischio. Come nelle leggende più remote: il tesoro e il drago. In quasi tutte le storie dei tesori nazi-fascisti si ripete il cliché cinematografico degli oggetti preziosissimi (ori, gemme, quadri celebri,valuta pregiata), della rocambolesca ricerca, degli assassinii che la contornano. La cronaca del tesoro di Dongo è stata scritta infinite volte, ma sempre con qualche variante, con qualche interpretazione nuova, con un diverso conteggio di milioni, miliardi e omicidi.

L’unico tesoro fascista su cui si sarebbe potuto ragionevolmente arrivare a conoscere la verità, è rimasto purtroppo anch’esso sepolto da vicende non chiare e infine da una specie di generale accordo sul “non pensiamoci più”. Il processone di Padova, che doveva far luce, e che già aveva chiarito in parte i fatti essenziali, fu interrotto nell’agosto 1957 per il suicidio di un giudice popolare. Il congegno della giustizia s’inceppò, e da allora è rimasto muto. A quanto ammontava questo tesoro? Il computo del pubblico ministero arrivò ai nove miliardi, racchiusi in parecchie valigie personali di gerarchi e seguaci del duce in fuga. Parte di questa fortuna fu sequestrata dai partigiani comunisti che avevano bloccato la colonna tedesca in cammino verso la Valtellina per l’itinerario Como-Colico, un’altra parte sfuggì alle perquisizioni e si disperse sul lungo lago. Data per irrecuperabile la prima, rimase la seconda ad accendere le fantasie.

Il pescatore Rino Santi trovò nel torrente Mera, a Sòrico, una valigia con trentacinque chili d’oro, e la consegnò al comando della 52° brigata. Fu la conferma che tedeschi e fascisti si erano liberati cammin facendo delle compromettenti valigie, ma in modo da poterle ricuperare a tempo debito. La caccia alla valigia fu da quel momento una delle attività principali degli abitanti dell’alto lago, e ancora oggi si dice che molte improvvise “eredità” piovute da quelle parti negli anni dal ’45 al ’50 abbiano avuto origini meno pulite. Intorno al ’55, ricordo, fui coinvolto anch’io in questo gioco. L’amica di Marcello Petacci, Zita Ritossa, comunicò in gran segreto al giornalista Pier Paolo De Monticelli che due valigie con venticinque chili d’oro zecchino ciascuna giacevano in fondo al lago a una certa profondità: nella faccenda entrava anche un tedesco, ex-SS mi pare, che era andato ad abitare a Merano e poi altri personaggi equivoci. De Monticelli mi chiese se ero disposto a immergermi per cercare le favolose valigie. Seguirono contatti diretti con la Ritossa, che era ancora una bella donna dall’aria avventurosa, ma le valigie non riuscimmo a trovarle mai. Un altro giornalista subacqueo, Lino Pellegrini, fu invitato a calarsi in un altro luogo e da un altro tedesco per ricuperare una cassetta di documenti preziosi. Anche la cassetta rimase in fondo al lago, sempre ammesso che vi fosse stata gettata sul serio.

Una volta i tesori venivano preferibilmente sotterrati (in generale vicino a cimiteri); nel dopoguerra, con la diffusione delle tecniche d’immersione subacquea, luogo d’elezione è diventato il fondo di oscuri laghi o di tenebrose grotte marine. Il tesoro del lago di Toplitz ha infatti mobilitato sommozzatori, palombari e telecamere subacquee austriache. Nel 1959 le acque buie del piccolo lago alpino restituirono in un rigurgito mucchietti fradici di sterline false, del tipo di quelle con cui il Reich aveva pagato la spia Cicero. La gente stabilì immediatamente che, insieme alle sterline false, il lago nascondeva anche una quantità mitologica di verghe d’oro, portatevi da una colonna di autocarri “che non avevano fatto ritorno”. La voce arrivò ai subacquei sportivi e così cominciarono le misteriose spedizioni con gli autorespiratori, e le misteriose sciagure. Il conto dei morti è ovviamente incerto: si va dagli otto ai tredici. Ultimo dei quali (l’unico con nome e cognome) un certo Alfred Egner, che subito le cronache definiscono un asso dell’immersione, una specie di Crabb, e come Crabb colpito a tradimento. Più tardi si scopre che si tratta di un bravo giovane deceduto per imperizia. Ma l’opinione pubblica finisce per muovere le autorità: palombari, ecosonde e telecamere statali esplorano le cupe acque, in un’aura di segretezza poliziesca. Escono altre sterline false ammuffite e un certo numero di strumenti balistici che la marina militare germanica aveva sperimentato in quello specchio. Nient’altro, il Toplitz viene riconsegnato ai turisti. Un lago che ha perso la faccia.

Nelle vicinanze, d’altronde, si ritrova un tesoro autentico: i quadri rubati da Goering in Ungheria. Millecentocinquantuno tele di non grandi firme, per un valore complessivo modesto. Vengono estratte da una galleria scavata in una miniera di salgemma. Se ci sono tutti questi quadri, dice la gente, chissà che cosa ancora rimane: oro, gioielli, candelabri antichi, eccetera. La miniera di salgemma viene traforata come un gruviera dai picconi ufficiali e da quelli privati, ma non restituisce più nemmeno un braccialetto.

Terribile e ancora attuale, invece, l’affare del tesoro di Rommel, subacqueo anche questo e ormai decisamente maledetto. Dai boschi austriaci scendiamo alle acque azzurre della Corsica. La storia è come sempre complicatissima e controversa. Sembra comunque che il generale Rommel, o se non lui alcuni alti ufficiali dell’Afrika Korps, preparino sei casse dopo la batosta di El Alamein e lo spediscano a Roma per ordine di Hitler. Delle sei casse si avrebbero anche i dati precisi: peso, una tonnellata ciascuna; misure, 80 centimetri per 40 in larghezza e altezza. Nemmeno contenessero piombo, come si vede. Comunque si dà un minuzioso elenco di quanto vi è celato: oggetti d’oro tempestati di pietre preziose, cibori, monete rare, tele di Rembrandt, Picasso e Chagall: frutto di razzie da Tunisi a Bengasi. Non si capisce bene dove dei Rernbrandt o una tale quantità d’ori e gemme potessero trovarsi in Tunisia o in Libia, ma si parla in ogni caso di un valore che, rapportato a oggi, si aggirerebbe sui quattrocento miliardi. Sì, quattrocento. Ebbene, le casse giungono a Roma, e poiché le vie del nord sono pericolose per bombardamenti e partigiani, vengono imbarcate per la Corsica. Di qui dovranno raggiungere La Spezia. Invece in Corsica, dalle parti di Bastia, scompaiono. O, meglio, vengono calate in mare e nascoste in una grotta da un palombaro, certo Peter Fleig, per ordine del comandante del piccolo mezzo navale impiegato per l’operazione. Il comandante, capitano Dahl, prende il punto, ma il palombaro Fleig è furbo e lo prende anche lui,  incidendolo col coltello nell’interno del suo casco. Poi il natante viene fatto saltare e l’equipaggio (Dahl, Fleig, un marinaio e tre SS) raggiungono la costa su un canotto. Però la cosa non garba a Hitler, che fa catturare a La Spezia i sei malcapitati. Il capitano Dahl e le tre SS vengono fucilati, Il marinaio muore poco dopo in circostanze non limpide e il Fleig viene spedito a combattere con le SS in Russia. Rimane gravemente ferito ma se la cava. A guerra finita, è chiaro, tornerà a riprendersi il tesoro: ormai soltanto lui al mondo sa dove si nasconde. Quattrocento miliardi. Sarebbe troppo semplice. In realtà spunta fuori un ex-maresciallo della Wehrmacht che dice: quelle casse contenevano zavorra. È stata un’abile mossa della “volpe del deserto”; il tesoro vero e nascosto, sempre sott’acqua, dalle parti di Bonifacio. Naturalmente solo lui sa esattamente dove: un lago sotterraneo, dentro i bastioni rocciosi delle Bocche in faccia alla Sardegna. Chi ha ragione? Anche qui, sarebbe semplice: chi lo trova è bravo. E invece non lo trova nessuno dei due. L’ex-maresciallo, tale Walter Himpe, scoprì effettivamente il lago sotterraneo, ma dovette riconoscere che era pieno soltanto di anguille. Il Fleig convinse il governo francese a dargli una mano, ma dopo un’intera estate di ricerche l’impresa si concluse con un nulla di fatto. Peter Fleig disse più tardi che non era stato stupido: aveva capito che i francesi, a tesoro scoperto, lo avrebbero buggerato, e che perciò aveva menato il can per l’aia. Rubò anzi, per rifarsi, uno strumento di ricerca, e i francesi lo misero dentro. Nella galera di Bastia conobbe la malavita corsa, si accordò con questa. Ma mal gliene incolse, perché appena uscito fu sequestrato e bastonato affinché cantasse. Riuscì a convincere gli aguzzini mafiosi che lui aveva soltanto bluffato e riguadagnò la libertà. Bazzicò per l’arcipelago toscano per qualche tempo, fu visto l’ultima volta alla Capraia, poi sparì: assassinato?

Eliminato Peter Fleig , entrarono in scena i ricercatori dilettanti. E cominciarono nuovi guai. La barca di un avvocato corso, Carlo Cancellieri, che aveva avuto l’imprudenza di chiacchierare a Bastia sulla faccenda del tesoro, fu “accidentalmente” speronata da un peschereccio locale. L’avvocato levò le tende. Più tardi arrivò un sommozzatore, André Mattei. Anche lui chiacchierò, e fu trovato crivellato da nove pistolettate in faccia. Gli assassini non toccarono né orologio né portafogli. Qualcuno dice che, in realtà, aveva casualmente scoperto in un anfratto della scogliera un ripostiglio dove i contrabbandieri nascondevano la merce. Cosa possibile, poiché anche al sottoscritto toccò un’avventura del genere, nel ’49, vicino alla Corsica, e per poco non ci rimise le penne. Comunque questo tesoro della “volpe del deserto” sembra non sia stato ancora trovato. L’ultimo tentativo è stato compiuto da un famoso cercatore di tesori americano, Edwin Link, proprietario del Sea Diver, che è il battello privato più perfezionato del mondo per l’esplorazione subacquea. Meravigliosi strumenti hanno scandagliato e setacciato il fondo di Bastia senza il minimo risultato, mentre sinistri pescherecci incrociavano lentamente nelle vicinanze senza pescare una sogliola.

Ma le acque del Tirreno, dalle parti di Livorno, nascondevano anche il tesoro di Buffarini Guidi: una grossa cassetta metallica piena di oro, pietre preziose, eccetera. Un giorno un pescatore di polpi andò a cercare un celebre sommozzatore pescatore di corallo, Guido Garibaldi (che doveva più tardi morire sul suo lavoro). Gli disse di avere scorto la cassetta semi affondata nella sabbia, vicino a un certo scoglio: se Garibaldi la ricuperava, era metà per ciascuno. Garibaldi andò, ma quando liberò la cassetta dalla sabbia scoprì che era il fondo di un vagoncino di miniera. Anche questo è rimasto un “trésor englouti”.

C’è poi quello del Monte Soratte, a una quarantina di chilometri da Roma: 79 cassette, lunghe un metro e trenta, larghe 36 centimetri, piene di lingotti d’oro, documenti preziosi, lettere di Mussolini eccetera. In una notte di aprile del ’44 alcuni autocarri della Wehrmacht, con diciotto soldati e un ufficiale, entrarono in una galleria scavata sui fianchi del monte e depositarono il malloppo. Tutti i militari furono quindi uccisi, non è ben chiaro in quale modo (qualcuno dice dallo stesso ufficiale, poi a sua volta eliminato da terzi; qualcuno afferma con raffiche di SS appostate fuori dalla galleria). Soltanto uno scampò, un certo Willy Vogt. L’entrata della caverna artificiale fu fatta saltare. Passarono gli anni, e cominciarono a girare per la zona strani turisti tedeschi. In due punti si trovarono buche aperte di fresco, con evidenti sogni che qualcosa era stato dissepolto e asportato: una di esse nell’interno di una chiesetta sulla Flaminia, proprio sotto il Soratte. Così si scatenò la gran febbre, i contadini del paesino dì Sant’Oreste si trasformarono in cercatori d’oro. E il Vogt? Si fa vivo anche lui, come vuole la regola. Arriva, esplora, controlla, riparte senza dire una parola. A questo punto si agitano anche le autorità italiane, che inviano due ufficiali carabinieri in Germania per interrogarlo. Ma il Vogt, viene trovato cadavere, bruciato vivo in un boschetto. Da questo momento ha inizio un giallo alla 007: altre persone infatti, che avevano saputo qualcosa dal Vogt, muoiono in circostanze drammatiche o vengono assalite (con automobili a fari spenti e così via). Del tesoro del Soratte finiscono con l’interessarsi ministri, deputati, industriali e una selva di personaggi oscuri. Ancora oggi è un capitolo aperto. La galleria del miracolo, invece, è sempre chiusa e introvabile.

La storia dei tesori continuerebbe e certamente continuerà per chissà quanto tempo ancora. Che in giro ce ne siano, è ben probabile. Quando le cose cominciarono ad andare male, nazisti e (in minor misura) fascisti, arraffarono dove e quanto era possibile, ed è verosimile che abbiano nascosto gruzzoli ingenti in luoghi sicuri. Non a caso, infatti, tanti ex-nazisti ed ex-fascisti, in patria e all’estero, si sono ricostruite notevoli fortune in un tempo sorprendentemente breve. Alberghi e industrie sono stati acquistati in contanti, in Alto Adige, in Austria, in Argentina, da ex-gerarchi. Ex-SS, eccetera, prima ancora del ’50. Si conoscono parecchi nomi, ma non si hanno prove. Restano i tesori senza padrone, poiché il padrone è defunto. E nel Duemila, chissà, un trattore superpotente, sventrando un pollaio di Predappio, metterà in luce il librone nero di Benito Mussolini, che governò l’Italia per un paio di decenni. Chissà se i nostri nipoti si rimetteranno a cercare i lingotti.