DOPO TRENT’ANNI UN’INCHIESTA RIVELA I RETROSCENA DELLA FAVOLOSA IMPRESA

 

I superstiti raccontano la verità sull’Artiglio

 

Silvio Micheli ha scritto un libro che è una dura polemica contro l’armatore Giovanni Quaglia, considerato fino ad oggi il vero eroe dell’avventuroso recupero dell’oro sommerso.

 

La vita privata dell’“Artiglio”, la più famosa nave palombara del mondo, non era ancora stata scritta. Dopo che la nave saltò in aria, mentre distruggeva un relitto carico di esplosivo; nessuno si prese cura di chiedere ai pochi scampati come fosse stato possibile un errore così grossolano, come realmente fossero andate le cose. Quando l’ “Artiglio II°” tornò a casa, dopo avere sollevato da centotrenta metri di profondità, tonnellate d’oro e d’argento, nessuno si chiese perché l’equipaggio, in pieno regime fascista, si fosse messo in sciopero. Ora sta per uscire, edito da Vallecchi, l’ “Artiglio ha confessato”, un libro che sta fra l’inchiesta e l’atto d’accusa. Lo ha scritto Silvio Micheli in qualche anno di lavoro paziente: ha raggiunto i superstiti, ha trovato lettere, ha interrogato quasi tutti i personaggi che presero parte all’avventura dell’ “Egypt”. “Le situazioni che ieri, nel clima del ventennio, diedero il tono anche a questa vicenda”, scrive Micheli nella prefazione, “adattando le azioni allo spirito e alla mentalità dell’epoca, dovevano riprendere il primitivo significato oggi che la verità è saltata fuori”. Il racconto si avvia con il tono cronistico del giornale di bordo, ma presto si scoprono le carte: l’obbiettivo è di rivelare sotto nuova luce la figura del personaggio più noto di questa storia, il commendatore Giovanni Quaglia, armatore delle navi appartenenti alla Sorima, la celebre società genovese di ricuperi marittimi. La polemica si sviluppa di episodio in episodio per rivelare la grettezza di un uomo, entrato nella letteratura marinara come un eroe leggendario, nei confronti di chi affrontò sacrifici gravi e pericoli mortali per regalargli gloria e ricchezza.

Giovanni Quaglia era un uomo non comune. Della Sorima era il fondatore, il principale azionista e l’amministratore delegato. Massiccio, poderoso, volitivo, possedeva l’arte del comando e della suggestione. “Con la complicità di non pochi alti gerarchi del partito” dice Micheli, “mediante una legge fatta approvare dal Parlamento fascista, era riuscito a far ottenere alla sua società, togliendolo abusivamente all’Istituto nazionale delle assicurazioni, proprietario della maggior parte dei piroscafi affondati durante la guerra, l’esclusivo diritto di ricuperarne i carichi a grandi profondità, superiori cioè ai 45 metri”.

I palombari con scafandro normale, nel 1927 come oggi, non potevano lavorare oltre i cinquanta metri. Ma una ditta tedesca, la Neufeldt e Kuhnke, aveva costruito scafandri metallici semirigidi con i quali era possibile scendere molte decine di metri più in basso. Quaglia ne acquistò il diritto per l’adozione esclusiva in Italia. I grandi scafandri tedeschi non diedero tuttavia le soddisfazioni promesse, e a questo punto entrò in scena Alberto Gianni, viareggino, “il più grande palombaro di tutti i tempi” secondo una stima universale. Gianni, che era stato assunto dalla Sorima per quattro soldi, aveva fatto la seconda elementare ma aveva il genio dell’invenzione: modificò gli scafandri, realizzò la torretta d’osservazione sottomarina, regalò alla sua società i disegni di strumenti che, essi soli, avrebbero potuto un giorno consentire di raggiungere la camera blindata dell’ “Egypt”.

“La Sorima partì decisa a compiere grandi cose”. Aveva gli uomini (scelti da Gianni) e i mezzi (creati da Gianni). La flottiglia comprendeva quattro navi: “Artiglio”, “Rostro”, “Raffio” e “Arpione”.

“La carcassa del primo piroscafo preso d’assalto fu il “Washington”... Giaceva a una profondità di ottantasei metri, presso Camogli”. Il suo carico era di sette treni merci completi (sette locomotive con tender e trecentocinquanta vagoni), più tremila tonnellate di sbarre d’acciaio, cinquecento tonnellate di lingotti di rame, parecchie tonnellate di manganese e altro materiale. Fu interamente ricuperato. E l’ “Artiglio”, nell’estate del ‘28, partì per l’Atlantico alla ricerca di tesori più grossi.

In data 9 settembre 1928, da Le Palais, il Gianni scriveva alla moglie:  “...riguardo al mio lavoro (sul relitto dell’ “Elizabethville”, il primo attaccato in Atlantico, a settantadue metri) ti comunico che va abbastanza bene e sono contento. Stanotte siamo rientrati per maltempo, però credo che domattina ripartiremo. Ormai siamo in settembre e con l’Atlantico non si scherza. Ieri abbiamo ricuperato una tonnellata di avorio. Sono denti enormi di elefante che pesano in media quaranta chili l’uno, e sono in buonissimo stato. Ne abbiamo già pescato circa tre tonnellate e ne restano altre nove. Se il tempo fa buono, credo che fra una settimana saremo lesti. Dopo passeremo a Brest per la ricerca del vapore dell’oro...”. 

“...Considerato il prezzo dell’avorio sul mercato, di franchi duecento al chilogrammo”, continua Micheli, “la Sorima poteva dichiararsi abbastanza soddisfatta sull’esito di quella prima impresa in Atlantico”. Ma il richiamo del vapore dell’oro era ormai pressante: nella carcassa dell’ “Egypt”, transatlantico di ottomila tonnellate di servizio tra Londra e Bombay, affondato nel 1922 per collisione nella nebbia vicino alla costa brettone, giaceva un tesoro valutabile oggi sui dodici miliardi di lire.

La cosa più difficile fu trovare il relitto, dragando il fondo. Scrive il palombaro Gianni alla moglie: “...con l’esperienza acquistata ho già preparato tutto un nuovo sistema di dragaggio che dà veramente affidamento...Sono molti giorni che lavoro attorno a questo progetto, aiutato da Carlo che ripassa e mette in pulito tutti i piani che io abbozzo. Fra le altre cose ho ideato una nuova torretta che sarà un lavoro a perfezione e i disegni sono già in corso... Tu sai, Maria cara, come mi appassiono a questi lavori...”. Il dragaggio, interrotto e ripreso cento volte per le burrasche così frequenti in quel tratto di oceano, si concluse due anni dopo, il 29 agosto 1930. E cominciò l’avventura del più straordinario ricupero sottomarino mai eseguito. Ma non doveva essere Gianni a raccoglierne la gloria, e neppure il suo “Artiglio”.

“Con le bufere di autunno”, scrive Micheli, “una piccola barca come l’ “Artiglio”  non avrebbe mai retto in pieno Atlantico. Il Quaglia non amava tracciare diagrammi: le curve di lavoro le aveva fin troppo chiare nella sua mente quando si trattava di ricavare il massimo profitto dagli uomini e dalle imprese pur che fossero. Quindi aveva disposto d’impiegare i tre battelli in operazioni di ripiego, in luogo d’inviarli, come invece aveva deciso ogni anno, in disarmo a Genova”. Quaglia ordinò così all’ “Artiglio” di andare a smantellare con la dinamite la carcassa del “Florence”, un relitto carico di munizioni che giaceva sul fondo di un canale tra Saint Nazaire e un’isoletta e ne rendeva pericoloso il transito. I palombari Gianni, Bargellini e Franceschi cominciarono con piccole cariche. Non succedeva niente.

“Per altri quattro giorni continuarono a bussare con sei mine alla volta nel panciuto

ventre della carcassa. Si sentivano irritati verso il Quaglia di cui non riuscivano a spiegarsi l’oscura, testarda ragione di quel lavoro che qualsiasi altro modestissimo palombaro avrebbe potuto assolvere: Non venga a raccontarci che una bagattella del genere gli frutti dei milioni, si dicevano. Questo è il premio per avergli trovato l’Egypt.

“Per altri otto giorni continuarono a bussare. Poi aumentarono le cariche. Non accadeva mai nulla. Le avvicinarono alla stiva”. Lo smantellamento procedeva lento e faticoso. “Si sentivano offesi e grugnivano contro il Quaglia. Tanto più che il commendatore, da quando era stata messa la prima mina sotto il “Florence”, non si era fatto mai più vedere a Le Palais. Telefonava ora da Roma, poi da Parigi o da Londra per incitarli a spicciarsi, come bruciasse a lui e non a loro”.

 “La familiarità crea spesso mancanza di rispetto. Verso la fine del mese, il Gianni aveva già fatto esplodere oltre trecento mine attorno al relitto, senza che si fosse verificato niente di allarmante nel suo carico. Ormai sembrava che si dovesse demolire la nave pezzo a pezzo”. E Gianni scriveva alla moglie: “Siamo arcistufi”. Ma ecco, nel libro di Micheli, un brano molto grave: “Quando Gianni riferì al commendatore che a furia di bussare sotto la chiglia (in quel periodo facevano esplodere non meno di venti mine al giorno) le lamiere potevano allentarsi e inviare la barca a far compagnia al “Florence”, il Quaglia non parve per niente allarmato. Portò il discorso su altri argomenti e ridiscese a terra per prendere il primo treno. Il fatto non era sfuggito a nessuno. Dopo la sua partenza, i marinai si erano messi a rimuginare la cosa. “Possibile”, si andavano chiedendo, “che non gli stia a cuore la barca?”. “Non esageriamo: non conoscete ancora il commendatore?”. “Sicuro, e per quale ragione? D’accordo che la barca sarà assicurata...”. “E anche bene, a sentire il signor Terme”. “E con ciò? Perché non parlate chiaro?”. “Oh, ragazzi, che avete”, era venuto a chiedere il Gianni. La cosa morì lì.

 

UNA VORAGINE NELL’OCEANO

Il 24 novembre Gianni, esasperato, scrive al commendatore. Non si può più andare avanti: la stagione avanzata ha reso buie e torbide le acque, i venti sono sempre più violenti, l’equipaggio non ne può più, un uomo è già sbarcato per suo conto. “Se v’interessa di passare le feste a casa”, risponde perentorio il commendatore, “dovete spicciarvi. Fatelo magari saltare in aria”.

Il 7 dicembre, dopo due mesi di sforzi e ottocento mine esplose, i palombari decidono di piazzare una carica doppia. La nostalgia di casa è divenuta ormai cocente, la stanchezza e l’irritazione contro il “Florence” e il Quaglia concorrono a preparare la catastrofe. Posta la mina, l’ “Artiglio” deve allontanarsi come sempre a una distanza di sicurezza. “Siamo pronti? Allora scostate”. “Di quanto?”, chiese il capitano Bertolotto. Gianni allargò le braccia. “Finché c’è cavo elettrico”, disse. A furia di tagliare, scapezzare e perdere in acqua, il cavo elettrico che serviva a dar contatto alle mine si era ridotto a centosessanta metri.

“Sono venti giorni che tempesto di lettere e di telefonate il commendatore perché si decida a inviare quel suo cavo speciale. Ora c’è poco da starci a pensare sopra”. Così disse il Gianni pochi minuti prima di dare contatto, pochi minuti prima che l’intero carico del “Florence” saltasse in aria: centocincinquanta tonnellate di munizioni. “L’oceano, in quel punto, aveva lasciata scoperta per un momento la carcassa del “Florence”: una voragine di almeno trecento metri di diametro, sormontata da una colonna di acqua di altrettanti metri che poi precipitò piena di rottami, di schegge, di fumo. Dapprima l’ “Artiglio” era stato sollevato di poppa, quasi verticalmente dalla colonna d’acqua: poi si era tuffato di prua con essa, risucchiato dalla voragine, ed era sparito”. Accorse il “Rostro”, che lavorava nella zona a un altro relitto, e salvò quattro uomini, ma Gianni, Franceschi e Bargellini, i tre “più grandi palombari del mondo” erano stati uccisi con altri nove membri dell’equipaggio. La testimonianza di questi fatti è stata data a Silvio Micheli da tre degli scampati.

 

LA SOMMOSSA DELLE GALLETTE

Giovanni Quaglia allestì un nuovo “Artiglio II°”, e l’avventura del vapore dell’oro riprese cinque mesi dopo, il 4 maggio 1931. Il giorno successivo una delle quattro navi ricupero della Sorima, il piccolo “Raffio”, si capovolse nella Manica per una fatalità: una violenta corrente di marea aveva ingarbugliato i cavi che lo legavano alle boe ancorate, mentre lavorava a un relitto, e il “Raffio” era stato tirato sotto. Morì un fuochista. I superstiti poterono raggiungere la costa per miracolo. Quando incontrarono l’armatore, scrive Micheli, lo trovarono di ottimo umore. Il “Raffio”, naturalmente, era stato assicurato.

Il posto di capo palombaro, dopo la morte di Gianni, fu preso da uno degli scampati dell’ “Artiglio”: Mario Raffaelli, di trent’anni. La storia del “Florence”, “non gli era andata giù”, ma doveva pur mangiare. Il commendatore parlava di lui, ai giornalisti, come di un portento: sapeva che per l’oro dell’ “Egypt” occorrevano uomini cresciuti alla scuola del Gianni, e non gli mancavano doti diplomatiche.

Lo smantellamento del transatlantico inglese era un lavoro penoso. Occorreva far saltare con le mine quattro ponti della nave per potere giungere alla camera del tesoro. Il palombaro nella torretta dirigeva per telefono le manovre, eseguite a bordo della nave, per calare le cariche esplosive e poi le benne ed enormi pinze metalliche che strappavano le lamiere divelte. Il mare era quasi sempre agitato, il freddo era acuto anche in piena estate. Il vitto cominciò a scarseggiare: per una settimana l’equipaggio si dovette accontentare di gallette ammuffite bagnate in una gamella di vino, poi scoppiò una specie di sommossa. Il capitano fu costretto a mettere mano alla farina di riserva, intoccabile per regolamento. Nei giorni buoni i tre palombari Mancini, Lenci e Sodini rimasero sull’ “Egypt” ore e ore: il 6 agosto batterono il record, dodici ore, fino a notte. Venerdì 7, il giorno dopo, Sodini rimase bloccato sul relitto, a centoventi metri: il cavo che sosteneva la sua torretta si era impigliato e l’uomo era bloccato sul fondo. Riuscirono a disincagliarlo e a issarlo dopo minuti di angoscia.

“L’oro che per il Quaglia e la Sorima”, scrive Micheli, “avrebbe significato un incasso netto di almeno ottantaquattro milioni di lire dell’epoca (la Sorima lavorava infatti per conto degli assicuratori dell’ “Egypt”), per i marinai significava un premio che poteva aggirarsi sulle duecento sterline vale a dire una somma di circa quarantamila lire. Non figurava iscritto in alcun contratto (il Quaglia e la Sorima avevano sempre mandato alle lunghe quell’impegno), tranne nella lettera di assunzione. E anche in essa non si facevano cifre; si diceva soltanto che, a recupero eseguito, i marinai avrebbero avuto diritto a un premio da stabilirsi in base al valore del carico portato a terra”.  E l’oro, finalmente, arrivò. Fu il 22 giugno 1932, dopo quattro anni di lavoro. La notizia fu data dai giornali di tutto il mondo. Mussolini mandò le sue congratulazioni.

Guidata per telefono dal palombaro, la gigantesca mano d’acciaio arraffò dalla camera del tesoro 1.210 lingotti d’oro (circa diciannove quintali), 2.310 verghe d’argento (tredici tonnellate), 242 mila sterline (quattordici quintali). Era soltanto il primo raccolto. “Il 3 novembre”, riferisce Micheli, “il Quaglia decise di sospendere per quell’anno le immersioni, ordinò di partire per Genova, i marinai facevano conto di ricevere subito il tanto sospirato premio, più le spettanze sulle ore straordinarie e, a forfait,  la quota-vitto per i quindici giorni che avrebbero trascorso a Viareggio. Secondo i patti, la parte di premio computata su quel primo ricupero doveva aggirarsi sulle 14 mila lire. Così era stato assicurato dallo stesso commendatore. Giunti a Genova, l’amministratore Schinardi della Sorima promise che i soldi sarebbero stati inviati a Viareggio entro il giro di alcuni giorni. Ma ciò non avvenne. Dietro le proteste dei marinai che avevano i debiti da saldare, la Sorima inviò a loro la somma di lire 6.412 in luogo delle 14.000 promesse, senza accennare alle ore straordinarie né alla quota-vitto, eccetera. Per la ripresa della campagna era stato promosso personalmente dall’armatore un aumento di stipendio, ma esso non fu mai accordato. Il marzo ’33 doveva riprendere la campagna, ma alla vigilia della partenza i marinai scrissero una lettera alla società: se non venivano mantenuti i patti, non sarebbero tornati al lavoro.

 

UN COLLOQUIO TEMPESTOSO

 

 

“Siete matti?”, si sentirono dire, “credete forse di essere tornati al ’21? Che significa questo sciopero? Ma sotto il fascismo il diritto di sciopero è stato soppresso e si può filare in galera o al confino tutti quanti. Vi siete chiesti certe cose?” I marinai tennero duro, chiesero un colloquio con Quaglia. Fu accordato. Quando tre rappresentanti dell’equipaggio gli furono davanti, così si espressero secondo le testimonianze rese a Micheli: “Che cos’è questa sporca lettera?”, furono le sue prime testuali parole. E saltò su inviperito. Fu una scena drammatica, al termine del quale l’armatore non riuscendo a spuntarla e a fare rimangiare la lettera ai marinai, dichiarò che avrebbe disarmato l’ “Artiglio”: “Secondo quanto aveva minacciato, il mattino seguente pose effettivamente in disarmo la nave licenziando, i dodici firmatari”. I marinai, una volta a Viareggio, ricorsero subito alla loro federazione marittima: il segretario compartimentale livornese diede loro ragione e formulò la pratica contro la Sorima. Le cose, per l’armatore, si mettevano male. “Ma il Quaglia decise di partire in picchiata per Roma. Bastò quel viaggio perché il giorno appresso il segretario compartimentale di Livorno, il signor Cardona, fosse immediatamente trasferito a Trieste. Così avevano deciso gli organi interessati del partito fascista. Il suo sostituto non solo non si prese a cuore la causa, ma, convocati i marinai, fece loro una tale girata che per poco Giulio Sartini non finì al confino. “Io vi consiglio di tornare subito a bordo”, furono le parole del nuovo funzionario. “Chi di voi acconsente, faccia una lettera di scusa alla Sorima. Chi invece decidesse di fare il furbo, agisca pure di sua testa, ma peggio per lui”. Tre giorni dopo, non pochi firmatari spedirono la lettera di scuse. Ma l’angoscia di non trovare più altri imbarchi non impedì a sette di loro di rifiutarsi all’umiliazione: preferirono i debiti da pagare e la disoccupazione. Mossero causa alla Sorima, una causa che durò mesi e costò loro quasi tutta la parte di premio riscossa: ebbero, alla fine, lire settanta.

L’ “Artiglio” riprese i lavori sull’ “Egypt” verso la metà di maggio. “Alla fine della stagione, fatti i conti, l’oro ricuperato a bordo allora ammontava già a cinque tonnellate fra sterline e lingotti, vale a dire il carico completo denunciato dagli armatori alla società assicuratrice dell’ “Egypt”. La cosa fece nascere non solo il dubbio di un probabile imbroglio, ma molti altri inconfessabili sospetti. Tanto più che i palombari assicuravano che sul fondo della stanza, insieme alle barre d’argento, giaceva ancora un’imprecisabile ma considerevole scorta d’oro”.

 

SI FANNO I CONTI DEL TESORO

L’ “Artiglio” lavorò sul relitto fino al 1939; totale del ricupero: 7 tonnellate di oro fino e 14 di argento in lingotti. Il libro di Silvio Micheli si conclude con queste osservazioni:

“Non sappiamo e non spetta a noi di sapere quale ricupero venne effettivamente denunciato dalla Sorima alla National Salvage Association e al Lloyd di Londra, dai quali, per contratto, avrebbe dovuto ricevere il settanta per cento del carico (e non del valore!) utile ricuperato, ossia tonnellate (circa) 4,9 di oro fino, e 28 di argento. Nonostante il “regalo” di ben due tonnellate di oro fino (nato da oscure macchinazioni che esulano dalla nostra storia, ma che la storia ha il dovere di denunciare), la Sorima non si portò bene nemmeno coi suoi palombari. Tanto è vero che Fortunato Sodini e suo fratello Donato (palombaro sul “Rostro”), per motivati dissensi economici col Quaglia, abbandonarono sul finire del 1940 quella Società. Dopo dieci anni di pericoloso lavoro e di sacrifici, Fortunato Sodini riceveva ancora la stessa paga con cui era stato assunto (allora alle prime armi) nel 1931, e cioè duemila lire mensili, tutto compreso. Non solo il Quaglia non volle mai superne di concedere il benché minimo aumento dopo il favoloso ricupero del tesoro ma non tenne fede nemmeno al premio stipulato per contratto, che tagliò. L’aveva fatto coi marinai: ma nessuno avrebbe pensato che si ripetesse coi palombari. Cose del genere sarebbero capitate più tardi anche col Mancini... Mario Raffaelli decedeva due anni orsono a Genova, per malattia contratta nel lavoro palombarico. Una fatale coincidenza riguarda la fine del commendator Quaglia, deceduto a Genova il giorno in cui si compiva il venticinquesimo anniversario della tragica fine del primo “Artiglio” e del Gianni, vale a dire il 7 dicembre 1955”.

In una nota, Silvio Micheli avverte che il suo libro era in corso di stesura mentre Giovanni Quaglia era ancora in vita. L’armatore doveva sapere di questa inchiesta. Ora non potrà, purtroppo, rispondere. Sarebbe stato interessante conoscere la sua reazione alle accuse dei suoi ex dipendenti, e la storia, per bocca sua, delle tonnellate di lingotti d’oro “in regalo”. La Sorima però esiste ancora: forse risponderà.