Franco Orlando è un avvocato
che, oltre a esercitare la professione in città, prende ogni giorno
la sua millecento TV e va a
fare il maestro elementare, per tre ore, in un paesino a una decina di
chilometri, San Paolo d'Argon, sulla strada di Trescore. Le trentasei madri
(più una, ma questa è astensionista) dei suoi scolari di terza non lo vogliono
più vedere perché, dicono, è manesco. I bambini (meno uno, anzi una, definita
crumira) sono in sciopero scolastico: o via il maestro o via loro. Il fatto è
qui, e sarebbe poca cosa: una bega paesana. Ma ad andarci dentro è un romanzo
giallo, e in un certo senso fa da termometro al malanno ormai cronico della
nostra scuola.
Il romanzo giallo comincia in
una modesta casetta sul lago d'Iseo, a una ventina di chilometri da San Paolo
d'Argon. Siamo a Castro, e qui abita il maestro Italo Gheza, direttore
didattico della scuola di San Paolo. Egli dirige le novantasei scuole delle
nove direzioni didattiche del secondo ispettorato scolastico.(Gli ispettorati
scolastici della provincia di Bergamo sono tre, e ad essi sovrintende il
provveditorato). Il maestro Gheza ci riceve con palese sospetto: cosa può
volere un giornalista da lui? La sua casa di scapolo è priva di riscaldamento,
ma addobbata nel più inaspettato dei modi: pelli di leopardo penzoloni,
sciabole appoggiate alle poltrone, pugnali somali alle pareti, trofei, ricordi
d'Africa ovunque. Il maestro, di età matura, pesa attentamente le parole e
dichiara: “I genitori di quegli alunni cominciarono a lamentarsi col sindaco e
il parroco verso la fine di novembre. Andai sul posto ed ebbi conferma delle
voci. Le riferii al mio ispettore, la signora Giassi dottoressa Eugenia. La
signora Giassi intervenne e si fece dare dichiarazioni scritte dalle madri.
Questo avvenne il 13 dicembre. È tutto. Io non so più niente. Ubi maior minor
cessat. Io sono uno dei tanti direttorucoli non conto”.
“Da quanti anni”, chiediamo,
“il maestro e avvocato Orlando insegna a San Paolo d'Argon?”. “Da tre. Io sono direttore soltanto da uno”.
“Nell'anno in cui lei è stato direttore, cioè nel 1956-57, ha avuto da lamentarsi
del maestro Orlando?”. “No. Era ineccepibile. Gli ho anche dato la qualifica
finale di "buono"”. “E come mai, allora, lei inviò al provveditore un
rapporto così duro sull'operato del maestro Orlando?” Il direttore si sorprende: chi ce lo ha
detto? Osserviamo che sta scritto sui giornali. Il direttore, costernato, dice
che ormai è tutto di competenza del signor provveditore. “Ma com'è possibile”,
proviamo a insistere, “che lei abbia qualificato per "buono" un
insegnante dopo averlo così gravemente accusato?”. “La qualifica di
"buono"”, risponde il direttore, “si dà a tutti. Dopo il
"buono" c'è solo il "mediocre" e 1'
"insufficiente", ma sono per i casi gravissimi”. Chiediamo allora se
egli seppe della querela stilata contro di lui dall'avvocato (e maestro)
offeso. Sì, risponde il direttore Gheza, ma l'intervento del provveditore valse
a far recedere l'Orlando dal proposito.
Usciamo dalla casa africana e
gelida senza la chiave del piccolo enigma. Il direttore ci congeda ripetendo
che lui non c’entra più: ubi maior, eccetera. Andiamo al fatto, a San Paolo. È
un paesino di millesettecento abitanti, poco discosto dalla provinciale
Bergamo-Lovere. Ecco la scuola, grigia e povera. Veniamo a sapere che vi
insegnano tre maestre e due maestri: l'Orlando e il sindaco Giuseppe Rondi.
Dunque il sindaco, al quale sono giunte le prime lamentele delle madri, è anche
il collega diretto del maestro imputato.
Il clima del paese è
decisamente avverso all’avvocato e maestro Orlando. Forse perché arriva alla
scuola in macchina? “Per me”, dice la signora Pezzotta, il cui figlio fu
“ingiustamente” bocciato lo scorso anno dal maestro, “per me potrebbe venire
anche con l'autista. Cosa importa? Ma se venisse con la corriera, almeno
sarebbe puntuale!”. Forse perché l'Orlando è meridionale, di Cosenza? “Macché”,
dice la signora Cortinovis, “anche i meridionali possono insegnare. Ma che
insegnino! E che non bastonino i nostri figli!”. Le altre madri aggiungono
ciascuna la sua. I padri fanno da schieramento dietro le prime linee femminili,
uno schieramento compatto. Poi, si sa, c’è un pizzico di montatura: “Un bambino
ha detto che il maestro lo ha minacciato di tirarlo sotto con la macchina”,
dice uno dei padri. “Se lo dovessi sentire io, lo ammazzo”.
Il pasticcio è cominciato dai
primi giorni di scuola, in novembre. Alcuni bambini, dall’età media di otto
anni, tornarono a casa impauriti, raccontando di essere stati picchiati. Carlo
Trapletti assicura di aver ricevuto un pugno sul naso dal maestro il giorno 21
novembre:
e il naso fece sangue. Lo ha
confermato anche a noi, mostrandoci il gesto del pugno sul naso con mimica
espressiva. Renato Allievi fu preso per il collo e si pigliò dei pugni nel
petto, Giuseppe Magri ricevette vergate, sempre secondo le testimonianze degli
interessati e le conferme dei compagni. Infine capitò a Sergio Cortinovis, un
tipo dai capelli rossi, figlio di un muratore che si guadagnò la medaglia
d'argento come alpino in Jugoslavia. “Il maestro”, dice, “mi metteva in
ginocchio per punizione. Un giorno mi ha legato con una sciarpa le mani dietro
la schiena, e mi ha lasciato così seduto nel banco”. Il 22 novembre Sergio
venne a casa con un grosso ematoma all’avambraccio destro: il maestro, disse,
lo aveva picchiato con una verga. Motivo: chiacchierava con il compagno di banco.
I genitori persero la pazienza e andarono a protestare dal sindaco maestro, il
quale li mandò ai carabinieri. Il medico condotto aveva rilasciato intanto il
certificato necessario. Denuncia per percosse, dunque, che giace ora sul tavolo
del pretore.
Questi fatti, congiunti alle
lamentele di vario genere sul comportamento del maestro in quanto “pessimo
insegnante”, suggerirono allo stesso Orlando di chiedere un temporaneo congedo
fino alle vacanze natalizie. I superiori furono d'accordo. Ma quando l'Orlando
tornò in classe, il 7 gennaio, la trovò deserta; i ragazzi avevano spiato,
nascosti, la stradina in terra battuta che conduce alla scuola: appena videro,
anziché la amata signorina supplente di Bergamo, la odiata millecento TV, se la
diedero a gambe. La scena si ripetè il giorno dopo. Il giorno 9 arrivò il
direttore didattico, il maestro Gheza, e le madri marciarono sulla scuola per
dirgli chiaro e tondo che doveva decidersi: o l'avvocato o i loro figli. Fu un
quarto d'ora burrascoso, poiché nella scuola c'era anche l'avvocato in persona,
che potè tuttavia allontanarsi seguito soltanto da epiteti. “Non gli abbiamo
torto un capello”, afferma una madre, con una specie di orgoglio per dimostrato
civismo. Quel giorno stesso giunse anche l'ispettrice, compì l'inchiesta, e da
allora il maestro Orlando non si è più presentato a San Paolo. Domenica ha
ricevuto una telefonata dalla ispettrice, che gli ha riferito “il consiglio”
del provveditore: stia a casa fino a nuove comunicazioni.
Prima di andare a sentire il
maestro Orlando, abbiamo sentito qualche altra campana di paese. Si afferma
concordemente che, nonostante la famosa TV, il maestro era quasi sempre in
ritardo, e che nella sua attesa gli scolari erano abbandonati a loro stessi;
che durante le lezioni era capace di alzarsi, partire, andare a prendere il
giornale a Trescore (alcuni chilometri lontana), tornare e mettersi a leggere;
che non si dava pensiero per i libri di testo; e così via. Il medico condotto,
il dottor Mazzoleni, ci ha confermato inoltre la serietà del colpo subito da
Sergio Cortinovis. “Si trattava di una ecchimosi di non lieve entità”, ci ha
detto. “L'ho definita guaribile in cinque giorni, ma confesso che attenuai il
referto per non danneggiare troppo un professionista, come è in fondo l'avvocato
in questione. In realtà, i giorni avrebbero dovuto essere di più. Non posso
definire con certezza la causa dell’ematoma, tuttavia il segno era così netto
da poter venire facilmente attribuito a un colpo di bastone o di verga. Del
resto, non è la prima volta che delle madri di San Paolo sono venute da me per
lamentarsi di percosse subite dai loro figli da parte dell'Orlando. So per
esempio del pugno sul naso al piccolo Trapletti e di altri episodi spiacevoli”.
Il maestro Orlando ha
insegnato tre anni a San Paolo. Nel primo di questi fu al patronato
ecclesiastico di San Vincenzo, dove vengono educati bambini bisognosi. Il
direttore del patronato, don Avogadro, un prete anziano, ci ha detto che non
ebbe da notare intemperanze manesche. “Tuttavia”, ha soggiunto, “non ero
contento per l’insegnamento: l'Orlando era discontinuo, distratto, spesso
assente”. Fu l'Orlando stesso a chiedere il trasferimento alla vicina scuola
comunale.
Ed eccoci in casa Orlando, un
piccolo appartamento di una «Ina-casa», in cui l'avvocato abita con la moglie,
due figli: una bimba di due anni e un piccolo di alcuni mesi e una domestica.
Lo studio dell’avvocato è in posizione centrale di Bergamo bassa e la guida
telefonica riporta entrambi gli indirizzi. L'uomo è piccolo, magro, un po' in
calvizie, fumatore. Il suo accento meridionale è forte, nonostante egli
eserciti la professione forense a Bergamo dal 1947. E’sui trentacinque anni, ha
un piglio polemico, sicuro di sé. Afferma di essere un avvocato arrivato, con
clienti importanti, tra i quali una grossissima ambasciata.
Cerchiamo da lui, ora, la
chiave dell'enigma: perché il direttore didattico Gheza inviò quel rapporto al
provveditore? Perché, in seguito, si rimangiò il giudizio e ripiegò sulla
qualifica di “buono”? L'insegnante Orlando, ora più avvocato che mai, squaderna
varie cartelle con documenti, che ci invita a fotografare. “Sono le prove”,
dice. Egli non sa, tuttavia, perché il direttore Gheza inviò il famoso
rapporto. “Io sono stato affetto da esaurimento nervoso, l’anno scorso”,
aggiunge, “e ho dovuto stare assente da scuola molto tempo, qualche mese. Non
fui creduto, venni sottoposto a tre visite fiscali. L'esito fu sempre a mio
favore. Per mio conto, fra l'altro, mi feci visitare dal professor Carlo
Berlucchi, direttore della clinica neurologica dell'università di Pavia. Guardi
qui”, e ci mostra l'attestato, “"Grave esaurimento, tre mesi di
riposo". È in data 20 marzo 1957. Ebbene, il rapporto del direttore Gheza
è in data 1° giugno, dopo l'ultima visita fiscale. Il direttore didattico non
ha tenuto in alcun conto il parere del medico provinciale, cioè dello Stato”.
L'avvocato Orlando ci fa
vedere la copia del rapporto, redatto in varie pagine dattiloscritte. In esso
il direttore Gheza riferisce di un colloquio avuto con l’Orlando, ritenuto
estremamente offensivo per certe risposte ricevute. Abbiamo letto qua e là,
mentre l'avvocato sfogliava, la parola “intimidazione”, sottolineata.
L'avvocato ci consente infine di leggere la frase in cui il direttore Gheza lo
definisce “incosciente parassita della scuola”. “Ed ecco la mia querela”, ci
dice Franco Orlando. “È vero che lei la ritirò per intervento del
provveditore?”, chiediamo. L'avvocato smentisce violentemente. “Quando il
direttore Gheza seppe”, dice, “che facevo sul serio, si fece, sotto la pioggia
battente, una decina di chilometri a piedi per andare a chiedere
l'intercessione di un comune amico, il reverendo arciprete don Giovanni Maria
Bellini di Sotto Collina, nonché degli insegnanti Rocca e Lazzaroni, i quali mi
convinsero a non farne nulla, per buon vivere. Infine, in settembre, mi arrivò
la qualifica di "buono"”.
Il romanzo giallo si chiude,
almeno per chi sta fuori, con un punto interrogativo. È un mezzo mistero la
storia del rapporto scandaloso, un mistero pieno come, dopo due mesi
dall’averlo inviato, l’insegnante definito parassita abbia potuto essere
dichiarato “buono”. Un mistero come, dopo un rapporto di quella fatta, non sia
stata ordinata una inchiesta, e il maestro abbia potuto proseguire la sua
attività come nulla fosse. C’entra forse la politica? Ne sono convinti diversi
personaggi del romanzo di San Paolo e circondario.
Quanto ai fatti spiccioli,
che in questa vicenda rischiano di venire dimenticati, l’avvocato e maestro
Orlando è deciso: è vero che ha fatto inginocchiare qualche volta i ragazzi,
per punizione; è assolutamente falso tutto il resto. Falso è l'episodio del
ragazzo legato nel banco, balorde le affermazioni che egli abbia picchiato
degli scolari. “E’ tutta una
montatura”, dice. “La realtà è che in quella scuola sono quasi tutti ignoranti
e fannulloni, e che io sono l'unico a pretendere lo studio e la disciplina.
Anche l'anno scorso dovetti lamentarmi presso i superiori per lo scarso
rendimento della scolaresca, la classe quarta. Per le bocciature che stavano
per fioccare ricevetti innumerevoli pressioni dai genitori che sapevano in
pericolo i propri figli. A ottobre dovetti persino rifiutare,con sdegno, delle
offerte di regali”.
“Aveva una verga in classe?”
chiediamo a conclusione del colloquio. “Sì, ma lunga due o tre spanne, per
indicare sulla carta geografica. Non è una verga con cui si possa picchiare”,
conclude tecnicamente l’avvocato Orlando. Questa verga è stata sequestrata,
intanto, dal maresciallo dei carabinieri di Trescore.
Ora, la vicenda verrà
dipanata in due sedi: in pretura, per le percosse al piccolo Cortinovis, e in
provveditorato, ove il Consiglio di disciplina dovrà decidere sulla
colpevolezza dell’insegnante in quanto tale. Il provveditorato ha infatti
avvertito per lettera l’Orlando che, dopo i fatti accaduti, egli deve ritenersi
sotto inchiesta. Entro venti giorni, come vuole la procedura, il maestro dovrà
giustificarsi per iscritto.Dovrà cioè rispondere sia alle accuse di scarsa
dedizione alla scuola, sia a quelle di maltrattamenti. Il Consiglio di
disciplina è formato dal provveditore, da un magistrato designato dal
tribunale, da un ispettore scolastico, un direttore didattico e un insegnante
elementare. Questi ultimi non devono naturalmente appartenere al medesimo
ispettorato dell'imputato. Il Consiglio di disciplina delibera in sede
amministrativa, e le sue sentenze punitive vanno dalla censura alla sospensione
dello stipendio per qualche mese. La più grave, è il licenziamento.
Franco Orlando si dice sicuro
delle proprie carte. “Contro di me possono testimoniare solo bambini. E’ un
controsenso legale. I miei accusatori non hanno prove. Non bastano dei lividi:
bisogna provare che li ha causati un bastone, e che quel bastone era in mano a
una data persona. Le chiacchiere non sono sufficienti”. Ma egli passerà, dice,
al contrattacco: querelerà a sua volta Riccardo Cortinovis, il padre muratore
del piccolo Sergio, e “tutti gli altri eventuali responsabili”.
Dicevamo, in principio, che
questa storia paesana (ma non tanto, forse) fa da termometro a un malanno
cronico della nostra scuola. In Italia è infatti lecito fare gli insegnanti e,
contemporaneamente, un altro mestiere. Ci sono insegnanti che fanno i
veterinari, i farmacisti, i geometri e così via. Né vi è da gridare allo scandalo,
se non dopo essersi scandalizzati degli stipendi percepiti dagli insegnanti
stessi.
È una vecchia storia. Ma è
anche la radice dalla quale nascono le male piante delle lotte per il posto,
del doppio stipendio, delle doppie attività, e magari degli esaurimenti nervosi
che tolgono un maestro dalla cattedra per lasciarlo in un’aula di tribunale.
Aumentare gli stipendi non si può, obbligare i maestri a vivere dei soli
stipendi non si può neppure, le cose galleggiano finché la più piccola onda
viene a dimostrare come la nostra scuola stia ormai per affogare. E’
sintomatico che nel 1957 sono cominciati, per la prima volta nella storia
nazionale, gli scioperi scolastici. Di questo passo, chissà cosa ci riserba il
1958.