Mondo sommerso – Luglio 1965

 

Immersioni successive a grandi profondità: frenare l’irrequietezza di chi vede aprirsi davanti nuovi orizzonti, il pacato monito della scienza.

 

ROGHI A MORETTI: NON CREDO AI TABU’

 

Poiché siamo ai limiti, e poiché esistono uomini che vanno quotidianamente ai limiti (e sempre più ce ne saranno in futuro) è possibile chiarire meglio proprio i margini e le tolleranze di questi limiti?

 


Ho letto con vivo interesse l'articolo del dottor Giancarlo Moretti, capo del  servizio sanitario del “Teseo Tesei”, in risposta a quello mio precedente, sulla questione della decompressione. Non credo sia possibile riassumere qui i vari corni del dilemma: la faccenda è troppo lunga; perciò il lettore che ne sia interessato dovrebbe ricorrere al mio scritto (fascicolo di gennaio ‘65) e poi a quello del dottor Moretti (maggio).

Sono molto grato al medico degli incursori militari per essersi occupato con tanto impegno dei problemi che avevo proposto. E' infatti così raro, nel mondo dei subacquei, che si possano accendere discussioni su temi veramente importanti, e anzi vitali per la nostra attività. Poche settimane fa a Santa Teresa di Gallura, rimproveravo affettuosamente i miei amici corallari, per non essere minimamente intervenuti sulla questione, proprio loro che sono una enciclopedia di esperienze. (Ma è ancora saldo, in parecchi, il curioso principio che tutto vada tenuto celato, anche i sistemi personali di decompressione, quasi che si tratti di “segreti di produzione” da custodire e difendere da sempre possibili concorrenti in agguato).

Risponderò al dottor Moretti su pochi punti, al fine di chiarire meglio la mia esposizione dei fatti avvenuti, e di sottolineare meglio l'essenza del problema. Il dottor Moretti mi fa anzitutto, diciamo su un piano tecnico, quattro rimproveri. Io li accetto subito, in linea formale; cioè riconosco che essi sono ineccepibili dal punto di vista teorico; ma devo d’altra parte rilevare certe ragioni pratiche, che nelle immersioni di un certo tipo sono non soltanto ricorrenti, ma insopprimibili e perciò determinanti. Vorrei aggiungere. rivolgendomi personalmente al dottor Moretti, che la teoria la conosco bene anch'io (non come lui, si capisce, ma almeno nelle linee generali e nelle applicazioni). Ma pur conoscendola, come sommozzatore di alta profondità devo pur fare i conti con la pratica. Ed è qui che chiedo l’aiuto suo e dei suoi colleghi. Perché un fatto è certo: che la teoria, a un certo punto, non va più d'accordo con la pratica, o viceversa. Primo rimprovero: nelle immersioni che avevo descritto “è mancata la valutazione dei tempi di discesa e di risalita alla prima fermata”. Io avevo detto che la discesa a 80 metri, con i nostri sistemi (senza cintura di zavorra, ma con uno o più macigni nel cesto da corallo), dura circa un minuto, mentre la risalita è lenta e faticosa. Il dottor Moretti osserva giustamente che “anche soltanto qualche secondo in più impiegato nella discesa può rendere necessario il passaggio a un'altra tabella di decompressione”, e così pure per la risalita. Va bene, ma mi vorrà credere che nessun subacqueo in viaggio per gli 80 o 90 metri, ha il tempo, il modo e anche la voglia di controllare il tempo in minuti secondi. Si va giù verticali nel blu, sparati, compensando senza soluzione di continuità, mentre il cervello è completamente assorbito dall'osservazione visiva, per l'avvistamento del fondo, e dalla concentrazione per il controllo interiore (psiche, respirazione, compensazione, visus). Si calcola dunque un tempo medio (quel minuto che dicevo) e buonanotte al secchio.

Una  precisione impossibile

Secondo rimprovero: nelle immersioni descritte, parlavo di profondità imprecise: 75-80 metri, oppure 80-82, 80 con punte a 88, eccetera. Il dottor Moretti ammonisce che “in alti fondali non si può assolutamente transigere sul metro più o metro meno”. Ovviamente ha ragioni da vendere. Ma anche qui, la pratica: esistono profondimetri che indicano il metro, al di là delle medie quote? No, non esistono. Se oggi abbiamo in commercio profondimetri con scala fino a 130 metri (o 100), credo lo si debba proprio alle mie segnalazioni e insistenze presso gli specifici fabbricanti. Ora, io sono tra i subacquei che non amano fare la cresta alle profondità, come ieri non amavano fare la cresta al peso dei pesci. Così dico ciò che posso onestamente rilevare dal mio profondimetro, che è del modello più preciso e dettagliato esistente: il quadro, dopo gli 80 metri, segna degli spazi bianchi fino alla decina successiva. Se io mi trovo a 83 piuttosto che a 85 metri, è dunque questione di interpretazione, di approssimazione, tanto più che il minuscolo manometro da polso non potrà forse mai essere millimetricamente preciso. Un subacqueo che dica “sono stato a 88 metri”, dimostra una certa dose di ingenuità. I suoi 88 metri possono essere, in realtà, 86 come 90, se non addirittura 84 o 92 (si parla sempre di subacquei seri, altrimenti il discorso diventa comico). Perciò non è materialmente possibile stabilire con precisione sia la quota massima o media di lavoro, sia in conseguenza l'esatta, tabella da seguire per la decompressione. Si è costretti a procedere a naso, a esperienza empirica, cercando di entrare in limiti di sicurezza.

Quanto alla questione di un lavoro medio sugli 80 metri, con una puntata agli 88 (circa), è indiscutibile quanto ricorda il dottor Moretti: si deve tener conto della profondità massima, anche se si tratta di una puntata. Ma è proprio vero, oppure si tratta di una norma stabilita in ragione di una doverosa prudenza? Perché appare chiaro che trascorrere dieci minuti a 88 metri (per stare all'esempio) non può essere uguale a una permanenza di nove minuti a 80 metri, con una puntata di un minuto a 88. Se si giungesse in ogni caso alla saturazione di azoto nei tessuti, allora d’accordo; ma in caso contrario, una differenza, da potersi considerare nella decompressione, deve pur esserci. E' evidente che sarebbe bene “stare larghi”, e cioè valutare la  punta  massima, ancorché breve, come quota effettiva di tutta la permanenza; ma nella pratica di un certo tipo di lavoro, in una pratica che si converte in tempo-effìcienza produttiva, la faccenda ha una sua importanza e i teorici non possono eliminarla con un’alzata di spalle.

Si parla di limiti estremi

Poiché siamo ai limiti, e poiché esistono uomini che vanno quotidianamente ai limiti, e sempre più ce ne saranno in futuro, bisognerebbe   chiarire   meglio proprio i margini e le tolleranze eventuali di questi limiti. Gli uomini che vanno ai limiti sanno di correre un rischio, e lo sanno meglio di chiunque altro perché ogni tanto pagano di persona; ma non si preoccupano e non si accontentano di affermazioni che possono apparire come dettate da un generico atteggiamento prudenziale del tipo appunto, “va sempre valutata la profondità maggiore raggiunta nel corso dell'immersione, anche se questa rappresenta solo una puntata”. Io spero di non venire frainteso, e accusato di irresponsabilità. Continuo a ripetere: sto parlando di limiti estremi, come se parlassi di tecnica automobilistica a livello di Surtees e Clark, e non dell’automobilista comune. E’ chiaro che all’automobilista comune bisognerebbe addirittura proibire col mitra di azzardarsi ai limiti di Surtees o Clark. Quanto poi all’automobilista comune che si crede Surtees o Clark, be’, affar suo, e buona fortuna.

Terzo rimprovero: come mai per un’immersione a 76-82 metri ho fatto una decompressione di complessivi 45 minuti, mentre per un'immersione a 75-80 (dunque a quota minore) l'ho fatta di 55? In che modo uso le tabelle? Certo: detta così, sembra davvero che “il signor Roghi” venga dalle montagne. Ma la cosa è semplice. Io ho raccontato dei fatti veri, cronistici, non ho fatto una esposizione teorica: quando perciò ho riferito che nella immersione ai 75-80 metri avevo fatto una decompressione di 55 minuti, era per rispettare la verità cronistica. Ma aggiungevo io stesso in sede di commento: “una decompressione, dunque, decisamente abbondante”. E infatti siamo sempre lì: la pratica, l’uso, la realtà. Nessuno di noi, probabilmente, fa della decompressione un calcolo puramente teorico. Ciascuno di noi si decomprime più o meno (cercando di stare sempre nei buoni limiti, o almeno nei buoni margini) secondo vari fattori: l'intensità del lavoro effettuato, le condizioni fisiche in cui ci si trova, la temperatura dell'acqua (Fausto Zoboli raddoppia i suoi personali tempi di decompressione quando le acque, in pri-
mavera, sono ancora fredde, e tutti noi facciamo qualcosa del genere), eccetera. Io non ricordo perché in quell'immersione feci una decompressione così “abbondante”, ma probabilmente è stato per aver molto lavorato sul fondo, oppure per avere tatto una risalita molto lenta, gravato dal peso del cesto colmo di corallo. Una semplice misura prudenziale, dunque, e non già una... incapacità di leggere le tabelle. Tra l’altro, si può notare che il subacqueo d’alta quota molto esperto, già quando sta risalendo dall’immersione “sente” che corre pericolo di embolia. Non per niente io ho allungato di molto quella decompressione: “sentivo” che correvo pericolo. Se infatti avessi rispettato i tempi per me normali, sarei finito in camera di decompressione con un’embolia grave. Tutti o quasi tutti i corallari esperti (lasciamo stare i novellini, lanciati allo sbaraglio) hanno spiccato questo senso del pericolo di imminente embolia, e lo ascoltano allungando di volta in volta la decompressione.

Quarto rimprovero: “immersioni in fondali simili a quelli in causa, devono essere singole nell'arco delle 24 ore”, dice il dottor Moretti. Questo è un assunto (“tassativo per gli americani”) che non può venire accettato. Da anni, sommozzatori corallari continuano a fare doppie e talora triple immersioni nelle 24 ore a profondità intorno agli 80 metri per mesi e mesi: non muoiono, stanno benissimo, e se non incorrono in particolari incidenti, finiscono la stagione senza nemmeno un dolorino alla spalla.

Una salute invidiabile

E’ inoltre assai discutibile anche la teoria che “tassativamente” prescrive agli ex sommozzatori come agli ex palombari, giunti in avanzata età, inesorabili osteo-artrosi croniche. Ormai abbiamo sommozzatori che conducono questa attività “ai limiti” da una decina d'anni, e che non sono più  ragazzini (qualcuno ha passato i cinquant'anni): nessuno di essi, a eccezione naturalmente dei pochi che hanno subito infortuni gravissimi (senza contare i deceduti), lamenta oggi sintomi apprezzabili della malattia. Ho letto anch’io, attentamente, il bellissimo volume di Molfino-Zannini, e ho visto che l'argomento è trattato con esemplare equilibrio. In esso non viene drammatizzata questa inesorabilità dell’affezione cronica, te-
nendo appunto conto dell’esperienza.

Come che sia, ed è solo questo che vorrei sottolineare, esistono ormai troppi esempi di persone che, trascurando necessariamente, per ragioni di lavoro e di vita, i consigli dei teorici, smentiscono ogni giorno, ogni stagione, le previsioni infauste che provengono loro dai più illustri laboratori di fisiologia. La salute di uno Zoboli, di un Novelli, o di Falco, Olgiai, Bucher, Fusco eccetera, e la mia stessa (siamo tutti individui che viaggiano con l’autorespiratore da almeno quindici anni, e tutti individui al di là dei trentacinque anni), è tuttora invidiabile. Nessuno di noi accusa il minimo dolore, il minimo scricchiolio alle giunture o addirittura un reumatismo. Le radiografie che ho dovuto recentemente farmi eseguire inseguito alla frattura di una gamba (incidente sciistico, non subacqueo...), hanno dimostrato che le ossa delle mie anche e delle mie gambe, femore, ginocchia ecc., sono perfette. Immagino sia così anche per gli altri, altrimenti dubito che potrebbero fare due lunghe e gravose immersioni al giorno, continuando a stare benissimo, nel-
le acque gelide di aprile o dicembre.

 

Le norme sovvertite

Queste erano le osservazioni che mi importava fare ai “rimproveri” del dottor Moretti, nella certezza che egli ne avrà compreso lo spirito.

Ma il punto della questione è ancora più in là. II dottor Moretti dice che in entrambe le “seconde” immersioni successive da me descritte, avrei dovuto eseguire una decompressione di 2 ore e 52 minuti complessivi. Io invece le feci di 1 ora e 10 minuti e, l’altra, di 1 ora. Sulla carta delle tabelle delle immersioni successive (che ovviamente conosco anch’io), il dottor Moretti ha perfettamente ragione. Ma com’è che non sono morto? In quelle due volte ho subito una embolia di carattere osteomioartralgico. dolorosa ma non grave; ma in tutte le altre volte della medesima stagione, in cui ho seguito all’incirca i medesimi tempi? E perché altri (dicevo Zoboli) eseguivano ed eseguono decompressioni ancora più brevi, e non hanno subito il minimo insulto?

Il dottor Moretti osserva che le norme di decompressione sono fondate “su ben precise leggi di fìsica, che pertanto non possono assolutamente  venire sovvertite”. Ma che razza di legge fisica è quella che consente tolleranze o scarti del 60, del 70 per cento? Perché i fatti sono fatti: venite a vedere la tecnica di un corallaro esperto, e non potrete dire più che queste norme “non possono venire assolutamente sovvertite”. Lo vengono eccome, e l’individuo continua a stare benissimo, continua a sentirsi perfettamente in forma, per giorni, settimane, mesi e anni. Capita anche l’incidente (se non capitasse, non sarei qui a scrivere per chiedere lumi), ma molto raramente e per lo più in forma blanda, di  remissione spontanea. Gli incidenti gravi e gravissimi che si ricordano, sono tutti, assolutamente tutti dovuti a cause abbastanza ben determinate che non hanno a che vedere con la nostra questione, oppure a clamorosa trascuranza di un ragionevole margine di sicurezza nei tempi di decompressione. Le cause sono prevalentemente state malori in profondità o incidenti che hanno costretto il sommozzatore alla riemersione senza decompressione. Le trascuranze  hanno fatto invece molte vittime tra sommozzatori empirici: ne ricordo uno che riemergeva quando sentiva, diceva, un clic nel ginocchio destro: per lui era il segno infallibile che “l'azoto se n'era andato”. A parte queste storie tragicomiche, rimane quella schiera di sommozzatori espertissimi. perfettamente consci delle tabelle, che non potendo materialmente assoggettarsi a decompressioni quotidiane di tre ore complessive, hanno provato a diminuire gradualmente i tempi e sono arrivati a limiti assolutamente incredibili, che fanno a pugni con la teoria, che fanno rizzare i capelli ai teorici, e che perciò io credo debbano essere meditati.

Qualcuno di questi sommozzatori, è vero, ha subito embolie anche gravi nella ricerca del proprio limite: ma oggi l’ha trovato e da due o quattro anni si affida a esso senza danni. E' appunto il caso di Zoboli. Non è invece il caso del povero Garibaldi, che trascurava in modo deplorevole una sua seria malattia (diabete) e che, a quanto sembra, ne subì un attacco in immersione e si vide costretto a risalire. Ennio Falco fu colpito da embolia grave, ma fu per tentare generosamente di salvare un compagno colto da mortale malore durante la risalita. Potremmo continuare.

 

Il quadro roseo dei corallari

Resta il fatto che nelle acque del Mediterraneo una schiera di una quindicina di sommozzatori trascurano impunemente e quotidianamente, ormai da anni, quelle che dovrebbero essere le precise leggi di fisica. Il dottor Moretti non pensi, per un momento, alle mie due modeste embolie: pensi alle mie centinaia  di  immersioni   eseguite nelle stesse condizioni, e felicemente concluse,  pensi alle mie ossa indenni, alla mia salute eccellente, e pensi ancor più ai corallari professionisti, che presentano un “quadro” altrettanto roseo. E' questo che io desideravo rilevare, e su questo punto che desidererei sentirmi rispondere, se la scienza di oggi può farlo.

Io non credo ai tabù: fino a pochi anni fa era tabù che l’ebbrezza dipendesse dall'azoto; io dissi di no, non ci credevo, non mi risultava per niente. Poi venne la conferma, almeno in larga misura. E adesso ho la presunzione di dubitare della “tassatività” di certe regole sulle immersioni successive, perché la pratica mi dimostra ogni giorno il contrario. Ma, appunto, vorrei veri lumi. A proposito dell’ebbrezza di profondità — anche se si tratta d’un argomento diverso — vorrei evitare un equivoco: quando sostengo che responsabile dell’ebbrezza è l'anidride carbonica e non l'azoto, intendo sempre ed esclusivamente il fenomeno che si verifica nella pratica dell'immersione. Non discuto minimamente, anche non essendone in grado, una possibile azione narcotica dell’azoto a elevate pressioni (quale è stata per esempio discussa da Albano) in condizioni sperimentali, come su topi in camera di decompressione, eccetera. Dico semplicemente che per il sommozzatore ad alte quote, il fattore determinante l’ebbrezza è in modo assolutamente prevalente l’anidride carbonica, come ormai una lunga e chiarissimaesperienza empirica ci ha provato.

 

Gianni Roghi

 

 

 

MORETTI A ROGHI: DI QUA DALL’AZZARDO

 

Le tabelle di decompressione sono state messe a punto per la massa dei sub per garantire la sicurezza alla quasi totalità dei soggetti, e può darsi che siano eccessive per alcuni. Anche le tabelle, però possono subire evoluzioni e nulla vieta che domani si stabiliscano tabelle speciali per gruppi differenziati d’individui.      

Nel mio articolo di maggio pubblicato da “Mondo sommerso” avevo cercato di rispondere al Signor Roghi che, in un suo scritto comparso nella stessa rivista nel gennaio u.s.. a seguito di alcune sue personali esperienze, formulava sostanzialmente i due ben precisi seguenti quesiti (per lo meno per quanto ne avevo tratto io ed il comune lettore dalle sue parole):

1) perché, pur adottando una decompressione standardizzata, sono incorso in due occasioni in episodi embolici?

2) deve ritenersi esatta oppure empirica una decompressione basata sul principio di trascorrere tempi di decompressione più lunghi alle tappe a profondità maggiori e tempi più brevi alle fermate successive a profondità minori?

Io detti nel mio articolo la risposta a questi due quesiti, mettendo in evidenza, per quanto riguarda il primo interrogativo, i punti in cui, a mio parere, il signor Roghi poteva od aveva sbagliato nella valutazione della propria decompressione. Le giustificazioni agli errori commessi (tempi di discesa e di risalita, tempi sul fondo, profondità di immersione, temperatura dell’acqua, entità del lavoro, eccetera) seppure comprensibilissime e giustificatissime dalle cause contingenti, che il signor Roghi ora ampiamente enumera, nulla tolgono od aggiungono al problema ed al fatto che come conseguenza abbiano portato all’insorgenza di forme cliniche emboliche, seppure non gravi. Il quesito qui si fermava e pertanto anche la mia risposta.

Per quanto aveva attinenza al secondo quesito, cercai di dimostrare che, dato che la diffusione dei gas inerti nell’organismo (durante la discesa e la permanenza sul fondo) e dall’organismo (durante la risalita) segue delle leggi ben precise di fisica secondo una curva esponenziale, cioè il processo della diffusione dei gas inerti in un senso o nell’altro è decrescente come velocità nel tempo, era illogico eseguire una decompressione che non seguisse tale curva cioè che non decrescesse essa stessa come velocità nel tempo; in altre parole cercavo di dimostrare come era logico che le tappe di decompressione divengono più lunghe come tempi man mano che ci si avvicina nella risalita alla superficie. Anche il secondo quesito finiva qui e necessariamente la mia risposta.

Ora il signor Roghi nel suo attuale articolo ha ampliato il suo discorso apportando in definitiva nuovi quesiti e vediamo se è possibile rispondere con un certo ordine alle numerose ed appassionate, perché è in realtà la passione oltre che l’interesse, lo spirito che traspare dalle parole di Roghi, osservazioni interrogative; tutto è interessante in questo campo nuovo e molto valgono gli scambi di idee, le impressioni, le conoscenze, le esperienze. Il tutto lungi da qualsiasi parvenza di polemica. Ma desidero premettere che essendo “Mondo sommerso” la rivista del subacqueo, di tutti i subacquei e non di soli pochi privilegiati ed esperti è necessario e doveroso da queste colonne dare elementi di sicurezza validi per
tutti. Per le immersioni eseguite su determinati fondali ma caratterizzate da puntate compiute a fondali superiori, ho consigliato e consiglio tuttora di valutare nella decompressione la profondità massima raggiunta per la somma dei tempi di discesa e sul fondo; certo l’ideale sarebbe poter valutare di volta in volta e da caso a caso la differenza esistente tra plateau e “puntate”, cioè i limiti estremi imponibili ad ogni individuo, ma dato che per fare questo sarebbe necessario ogni volta e per ciascun individuo ricalcolare interamente una tabella di decompressione, che richiede migliaia di calcoli veramente complessi e per i quali oggigiorno si impiegano addirittura cervelli elettronici, figuriamoci se a tanto può arrivare un subacqueo che... non ha neppure la possibilità di valutare esattamente tempi e profondità di immersioni per le ragioni contingenti esposte da Roghi. Ne deriva che è molto più semplice e sicuro il metodo surriportato, anche a scapito di impiegare qualche non necessario minuto in più per la decompressione.

L'affermazione di Roghi che un subacqueo esperto “sente” se corre il pericolo di una embolia e pertanto modifica la propria decompressione in conseguenza, è un po' forzata e va rigettata; non si “sente” proprio nulla fino a quando non si siano formate le bolle ma si ha il “timore” che possa succedere qualcosa; ma perché prolungare quella decompressione che poi lo stesso Roghi giudica esagerata? Allora si ammette implicitamente che non lo sia.

Nessuno si è mai sognato di pronosticare tassativamente ad ex palombari od ex sommozzatori inesorabili osteoartrosi croniche, soprattutto in subacquei che  compiono immersioni piuttosto brevi nel tempo; tali lesioni sono piuttosto un triste appannaggio di cassonisti o palombari diciamo portuali, di persone cioè esposte a modiche iperpressioni ma per tempi molto prolungati, ma nessuno si è mai sognato di affermare che tutti, o quasi, i subacquei incorrono inesorabilmente in simili lesioni; possono verificarsi certo, ma il negarle per il semplice fatto che alcuni soggetti si immergono da anni e stanno bene è un po' come quell’individuo che nega l’esistenza della polmonite perché non ha mai contratto la malattia, pur essendosi venuto a trovare in condizioni tali da poterne determinare l'insorgenza!

Per l'osservazione di Roghi che a seguito di innumeri altre immersioni, similari a quelle in cui riportò fenomeni embolici, nulla accadde, posso dire che due immersioni giudicate apparentemente “similari” possono non essere “uguali” per innumeri fattori rappresentati dal tempo, dalla profondità di immersione, dal lavoro, dalla temperatura, dalle condizioni fisiche ecc. ecc.,: è il solito discorso, più volte ripetuto.

Per quanto riguarda la domanda, come mai la decompressione, se segue una legge fisica consente variazioni del 60-70%, posso dire: non è la decompressione che segue una legge fisica, ma la diffusione dei gas nello e dall'organismo, il che è tutt’altra cosa della decompressione. La decompressione può anche essere eseguita diversamente da quella standard a tappe in mare, e conosciamo un certo numero di sistemi al riguardo; quella a tappe in mare è la più semplice e la più facilmente eseguibile, ma non l’unica. Le tabelle di decompressione si sono evolute nel tempo, in base alle osservazioni e gli studi condotti in merito e non rappresentano leggi di fisica, ma sono basate su principi di fisica applicati alla fisiologia; le tabelle di Haldane sono ad esempio diverse da quelle odierne della U.S. Navy del 1960, come queste sono diverse da quelle del G.E.R.S. della Marina Francese, riportate da Molfino e Zannini in “L'uomo ed il mondo sommerso”, che risalgono al 1949. Tutte le attuali tabelle di decompressione esistenti presentano delle differenze, in realtà leggere; le tabelle di decompressione partono da assiomi scientifici e terminano empiricamente perchè soltanto empiricamente si può valutare il cosidetto “gradiente di pressione tissurale” cioè la differenza pressoria, tra la pressione del gas inerte diffuso in un tessuto ed il valore della pressione ambiente, tollerata dal tessuto senza che si abbia la formazione di bolle di gas; per la valutazione, una risalita da  profondità  diverse viene sperimentalmente ripetuta numerose volte in moltissimi soggetti  a velocità differenti con prima fermata a profondità diversa,  mantenendo costanti il tempo ed il valore di pressione dell'esposizione;  poi si variano questi e così via, e tutto questo per ogni gruppo di tessuti e per tutti i valori di tempo e di profondità riportati dalle tabelle. Quando si giunge alla comparsa di fatti embolie si è giunti al limite estremo ma non è detto che questo limite estremo sia uguale per tutti; va bene per la gran massa degli individui e per la gran massa valgono quindi le tabelle di decompressione, ma queste presentano rispetto a tutti i soggetti la cosiddetta curva a cappello di carabiniere, dove al centro si trova la gran massa degli individui diciamo medi ed ai suoi limiti i soggetti diciamo estremi; in altre parole le tabelle vanno bene per la massa, sono eccessive per alcuni soggetti, non sono sicure per altri individui. Gli americani stessi valutano la incidenza percentuale della pericolosità delle loro tabelle nell’ordine dello 0,69%, arrotondabile all’l%. Ne risulta come una decompressione tra i due punti estremi della curva possa consentire variazioni anche dei 50- 60% nel tempo. Nulla vieta pertanto che alcuni degli espertissimi sommozzatori mediterranei citati dal Roghi siano alla estremità diciamo eccedente della curva a cappello da carabiniere, come pure, rientrare invece nei limiti della media: allora vuol dire che le loro decompressioni anche se empiricamente  condotte  dato che non è mai successo nulla (ma questo lo dice Roghi!) non hanno mai superato dei gradienti critici; non dobbiamo dimenticare infatti, pur dovendo premettere che per dare un giudizio giusto ed imparziale dovremmo essere in possesso dei dati esatti delle loro immersioni e dei loro tempi di decompressione cosa che non è perché il signor Roghi non ha fornito tali dati che, ripeto, devono essere scrupolosamente esatti e non tramandati dalla tradizione orale che poi viene rosicchiata nel tempo, non dobbiamo dimenticare dicevo che le citate immersioni appaiono molto brevi nel tempo e forse più brevi di quanto lo stesso Roghi voglia o possa ammettere, per la scarsissima autonomia degli autorespiratori ad aria alle normali profondità dei corallari (70-80 anche 90 metri). Infatti un bibombola da 20 litri complessivamente, caricato a 150 atm. (con un ottimo compressore), presenta un'autonomia per un consumo medio di 20 litri al minuto, (e mi tengo basso come valore, e non calcolo le atm. d'aria al di sotto delle quali più non eroga l’apparecchio) non superiore, rispettivamente a 90 e 70 metri, a 10-20 minuti ivi compresi i tempi di discesa e di risalita ammessi dagli stessi interessati forzatamente lenti. Quello che voglio dire è che a tali profondità, in queste condizioni, i tempi di permanenza sono forzatamente limitatissimi e tali da interessare la diffusione del gas inerte solo nei tessuti ad elevato coefficiente di diffusione, cioè i tessuti rapidi che già nella sola fase di risalita possono perdere una tale quantità di gas da poter rendere la risalita alla superficie oltremodo rapida e forse non richiedere di per sé neppure una fermata. Solo poche quantità di gas diffondono nei tessuti più lenti e lenti in modo che non vengono interessati o lo sono scarsamente nella definizione delle modalità della decompressione.

Occorre poi dire, per completezza, che molte volte quando si è manifestata una sintomatologia embolica, non ci troviamo di fronte a bolle di azoto sviluppatesi a seguito di un superamento dei gradienti di sicurezza, ma a fenomeni di cavitazione ossia dal crearsi nella compagine di un tessuto o nel sangue di cavità per spostamenti di un tessuto connettivo, movimenti di un muscolo, spasmi vasali, cavità nelle quali si raccoglie sotto forma di bolla il gas  composto  principalmente da CO2, O2 ed N2 e che darà come risultato l’insorgenza di una sintomatologia per nulla diversa (salvo il decorso successivo) da quella delle forme classiche della malattia da decompressione. E’ infatti per questo motivo che durante la
risalita alla superficie ci si deve costringere al minor numero di movimenti muscolari e far sì che non si abbiano ostacoli alla circolazione sanguigna da parte di pieghe del vestito o cinghiaggi dell’apparecchiatura impiegata o posizione degli arti o del tronco viziate. In definitiva quindi possiamo dire che le tabelle di decompressione sono state messe a punto per la massa dei soggetti; allo stato attuale delle conoscenze i loro tempi sono tali da garantire, per lo meno per le tabelle americane, la sicurezza alla quasi totalità dei soggetti, mentre per alcuni possono essere eccessive, ma nulla vieta che in un domani, ammettendo una tollerabilità media di maggiori gradienti di pressione tissurale, i tempi possano venire ulteriormente ridotti o meglio ancora messe a punto tabelle diverse e valevoli per determinati gruppi di individui classificabili somaticamente, costituzionalmente e funzionalmente a seconda del loro particolare profilo subacqueo, o per determinati e diversi tipi di attività subacquea implicanti gradi differenti di impegno fisico.

In attesa di questo ipotetico sviluppo futuro continuiamo ad invitare tutti i subacquei, professionisti o meno, esperti o no a seguire sempre e scrupolosamente nei limiti del possibile le normali tabelle standard di decompressione, in particolare quelle della U.S. Navy ed a non cercare di emulare quei pochi e bravissimi professionisti del corallo che troppo empiricamente e fidando della loro esperienza e della loro possibilità giocano ogni giorno una partita d’azzardo col mare.

Giancarlo Moretti medico chirurgo