Mondo sommerso – settembre 1963

 

 

Una duchessa inglese pagò un patrimonio per una conchiglia cinese che nel 700 era considerata rarissima. Poco tempo dopo i collezionisti si accorsero che di quella conchiglia erano stati immessi sul mercato numerosi esemplari: ma si trattava di perfette imitazioni in pasta di riso, che i furbi cinesi costruivano e vendevano per buone.

 

PIU’ SON RARE PIU’ SON BELLE

 

 

Marco Tullio Cicerone non collezionava conchiglie, tuttavia disse con molta precisione che “optimum quidque rarissimum est”: tutto ciò che sia ottimo, bellissimo, è sempre raro. Non so se questo sia proprio universalmente vero, perché per esempio i pesci farfalla dei tropici sono ottimi, bellissimi, e niente affatto rari, anzi comunissimi. Ma per quanto concerne le conchiglie, l’aforismo calza a pennello. Pare infatti impossibile, ma più bella è la conchiglia, e più è rara; e viceversa. Parliamo dunque, oggi, delle conchiglie rare. Ma per prima cosa bisognerà intenderci sul concetto di “raro”, che non è tanto semplice quanto può sembrare a prima vista. Infatti il concetto di “raro” , anche in senso etimologico, comporta sempre una correlazione, un confronto. Ora, questa rarità è in relazione non soltanto con i luoghi (raro è un africano in Italia, raro è l’italiano in Africa), ma anche nel tempo. Mi spiego: nel medioevo il corallo era raro; oggi è comune. Eppure la sua quantità nel mare non è apprezzabilmente cambiata: è successo soltanto che l’uomo ha imparato a raccoglierlo.

Così è per le conchiglie, almeno in via generale. Numerose conchiglie definite “rare” nel secolo scorso, oggi compaiono normalmente nelle buone collezioni, e al massimo sono considerate “poco comuni”. Facciamo un esempio quasi classico: quello della Scalaria preziosa. E’ una stupenda conchiglia gasteropode, simile a una Turritella nostrana, ma ornata sulle spire da coste verticali in rilievo di un color bianco opaco, mentre il corpo della conchiglia è di un bruno leggero tinteggiato di rosa. Fu trovata per la prima volta sulle coste della Cina, ed ebbe subito grandissima fama: si era nel Settecento, e le collezioni di oggetti naturalistici ed esotici cominciavano a trovare una viva fortuna, specialmente in Inghilterra. Si sa che una duchessa inglese pagò mezzo patrimonio per un buon esemplare di Scalaria preziosa, mentre il prezzo corrente si aggirava sulle centotrentamila lire di oggi. I cinesi si accorsero ben presto dell’affare, e, cominciarono a fabbricare Scalarie con pasta di riso: erano imitazioni perfette, veramente cinesi, ma non dovevano essere messe nell’acqua, altrimenti la conchiglia si squagliava. Pare che non pochi siano stati gli europei imbrogliati in questo modo. Comunque, la favolosa Scalaria non era poi tanto rara nei mari della Cina, e già ai primi dell’Ottocento il suo prezzo era dimezzato. Passarono gli anni, e fu trovata anche sulle coste delle Molucche e dell’Australia settentrionale e orientale. Oggi la sua quotazione è miseramente precipitata: se la volete possedere, non la pagherete più di uno o due dollari. Un caso analogo accadde per la Venus dione, un bivalve delle Indie Occidentali che somiglia a una grossa Vongola di color viola, con una serie di spine lunghe e aguzze su ciascuna valva, verso il posteriore. Conchiglia bellissima, di un’eleganza squisita e un po’ sofisticata. I collezionisti, quando la conobbero, si dannarono per averla. Il celebre naturalista olandese Rumphius, del Seicento, offrì centosettanta mila lire di oggi. Poi, come la Scalaria, anche la Venus dione perse a poco a poco la sua rarità, e oggi è appena “incomune”. Certo, nelle collezioni italiane, per esempio, non la troveremo facilmente; ma ciò è dovuto alla lontananza dai luoghi d’origine della conchiglia, e soprattutto alla maggiore intraprendenza del mercato anglosassone, che si accaparra di regola i pezzi migliori.

La rarità di una conchiglia dipende infine dal suo habitat non solo geografico, ma anche propriamente marino: se cioè un mollusco abita a grandi profondità, logicamente la sua cattura avverrà più raramente che nel caso esso abiti la scogliera. Oggi, per la verità, la questione geografica e quella della profondità hanno minor peso di ieri: la Polinesia è in capo al mondo soltanto per modo di dire, e i frequenti dragaggi in profondità ci hanno fatto conoscere bene una fauna che appena cinquant’anni fa ci era in buona parte ignota. Il maculopeplum junonia (o Junonia volute), un gasteropode del genere Voluta, prima dei sistematici dragaggi era rarissima. Abita infatti in terreni arenosi a duecento-trecento metri di fondo, ed esclusivamente intorno alle coste meridionali della Florida. Bella, grande, di un color crema con macchie quadrate arancioni, si faceva pagare duecento e più dollari; oggi è sempre vivamente richiesta, ma il prezzo massimo per un eccellente esemplare non supera i trenta dollari.

Nella mia collezioncina ho tre esemplari di Umbilia esitata, che è una Ciprea fortemente ombelicata, di forma curiosa, di colore bianco con macchiette di un arancione pallido; bene, un paio di decenni fa avrei potuto dire di possedere una specie rara. La Umbilia infatti vive a centinaia di metri di profondità nelle acque australiane, e soltanto in questi anni è stata raccolta in una certa abbondanza. Il suo prezzo attuale varia parecchio secondo bellezza e grandezza, ma non arriva alle diecimila lire.

Abbiamo dunque compreso che molto spesso il principio di rarità, in natura, non corrisponde a un dato oggettivo. Rivolgendo la questione, potremmo dire anche che la rarità la facciamo noi, soggetti collezionatori, non soltanto attraverso le nostre capacità di raccolta, ma addirittura attraverso la moda. Già, perché anche le conchiglie, come tutti gli oggetti per collezionisti, seguono una loro moda. Ci fu per esempio un periodo, nell’ultimo dopoguerra, che vide l’improvvisa fortuna di una famiglia di conchiglie, peraltro assai nobile: le Voluta. Nei negozi americani e inglesi che vendono conchiglie, le Volute erano sparite, i prezzi erano incredibilmente saliti. Un certo dottor Ramus Alsaker, del New York Shell Club, fu preso dalla febbre e cominciò a collezionare Volute nel 1955. Voleva solo Volute, tutte Volute. In cinque anni se ne riempì la casa al punto da non potere più muoversi. Aveva le specie più rare e più preziose, dalla Junonia, di cui abbiamo già detto, alla trionfale Voluta imperialis delle Filippine. A un certo punto, disperato e travolto dalla sua passione, si vide costretto al sacrificio estremo: disfarsi dell’intera collezione. E la regalò alla Smithsonian Institution. Quando gli specialisti malacologi aprirono le casse allibirono: era la collezione di Volute di gran lunga più completa e più bella del mondo.

Ma la rarità in assoluto esiste, eccome. Sappiamo tutti che negli ultimi decenni sono sparite alcune specie animali, chiamate “fossili viventi”, per estinzione naturale o provocata dall’uomo. Il processo è sempre in atto. Così, conosciamo conchiglie appartenenti a molluschi ormai veramente rari in assoluto, probabilmente in via di estinzione. E sono proprio queste le conchiglie che i maggiori musei del mondo e i più appassionati collezionisti si disputano a colpi di centinaia di dollari.

La più famosa di queste conchiglie ultra rare è il Conus gloria maris. Se ne conoscono appena venticinque esemplari, e la specie è ritenuta estinta. Questo bellissimo e grande Cono fu trovato in tre esemplari, per la prima volta, da un certo Hugh Cuming, celebre collezionista inglese, nell’isola corallina di Juena, nelle Filippine, nel 1838.

Le ricerche di questa conchiglia furono sempre intense, e per sua colpa alcuni pescatori indigeni persero la vita: il Conus gloria maris assomiglia infatti ad altri Coni comuni, dotati di pungiglioni terribilmente velenosi. Nell’illusione di avere messo le mani sopra una fortuna, questi pescatori raccolsero i Coni velenosi, furono punti e morirono tra gli spasmi. Da molti anni, comunque, non viene più trovato un Gloria maris: il suo prezzo, come si può immaginare, è salito alle stelle. Se non vado errato, l’ultima cifra pagata fu di mille dollari.

 

 

Un solo esemplare può dar lustro a una collezione

 

Ma questo prestigioso Cono non detiene affatto il record della rarità. Il Murex lobeckii dei Mari della Cina, viola, ramoso a festoni, simile a un drago, si è fatto conoscere in appena dodici esemplari. E mentre la famiglia dei Coni conta tre o quattro personaggi di rarità illustre (per esempio il Conus cedo-nulli o il Conus clytospira) quella delle Cipree vanta una dozzina di specie ognuna delle quali darebbe lustro internazionale a una collezione. La Leporicypraea valentia è fra queste. Nel descriverla, la malacologia australiana Joyce Allan si lascia prendere la mano e la definisce “fantastica”. Non a torto. E’ una conchiglia grossa come un pugno, porcellanosa come tutte le Cipree, di colore giallognolo con lati arancioni macchiettati di rosso scuro, le estremità ornate di sinuosi anelli bruni, con un marchio strano e inconfondibile al centro del dorso: una larga macchia rosso-oro, variegata come una piaga di carne. E’ una di quelle conchiglie che fanno meditare sull’assurdo, sul perché di tanta bellezza in un prodotto di Natura. Bene, se ne conoscono cinque o sei esemplari (una delle due del British Museum of Natural History…non si trova più). Il loro prezzo? Fate voi.

 

 

Nei nostri mari la rarità delle conchiglie è relativa.

 

Ancora più rara della Valentia (attenzione, questa conchiglia aveva una volta un nome diverso: Cypraea princeps; oggi gli studiosi l’hanno ribattezzata per ragioni che qui tralasciamo), è la Mystaponda broderipi, una cipria d’un pallido rosa, tutta picchiettata di punti arancione. Se ne conoscono solo tre esemplari. Ma la regina delle Cipree rare, e perciò la regina di tutte le conchiglie di tutti i mari, è la Mystaponda leucodon, la famosa “Ciprea a denti bianchi”. Di essa l’uomo conosce un esemplare unico, bellissimo, custodito in quel santuario delle cose naturali che è il British Museum. Fu pescato nel 1828 in profondità nelle acque del Sud Africa. E’ una conchiglia robusta, anch’essa grande come un pugno, di colore arancio caramellato con larghi ocelli bianchi, ma la cui caratteristica principale, che attirò subito l’attenzione degli studiosi, sono i denti labiali e columellari eccezionalmente grossi e bianchissimi.

La Ciprea a denti bianchi è senza dubbio un fossile vivente, e forse non a caso abitava quel medesimo mare in cui fu scoperto un altro fossile vivente divenuto celeberrimo: il Celacanto.

Qualcuno a questo punto potrebbe chiedermi: e nel Mediterraneo? Non abbiamo conchiglie di tanto prestigio nei nostri mari? La risposta non è facile, sotto un aspetto puramente scientifico, perché anche da noi le conchiglie rare e rarissime esistono; ma bisogna ammettere che non possono avere il medesimo valore internazionale, e diciamo pure la medesima fama, di quelle tropicali: le nostre, infatti, sono ben lungi dall’essere tanto clamorosamente belle, strane e colorate come le cugine dei mari corallini.

Sono rare, magari, ma piccoline, modeste, a volte quasi microscopiche, capaci di dare un brivido soltanto al malacologo o al collezionista arrabbiato.

Anche in riguardo al Mediterraneo, d’altronde, bisogna andar cauti con quel tal concetto di rarità. Faccio un esempio. Sui testi, la più bella Ciprea mediterranea, che si chiama Bonaria pyrum, color fulvo maculato, è definita “rara”. Io stesso ne avevo trovato non più di tre o quattro esemplari, in parecchi anni di immersioni; ma un giorno arrivai a Linosa, e scoprii che dei bambini giocavano a biglie proprio con queste Pyrum; “Ragazzi”, dissi, “dove le pescate ‘ste conchiglie?”; “Non le peschiamo noi”, risposero, “ma le troviamo nelle nasse per le cernie”; “ho capito”, dissi ancora io, “allora se me ne porterete un po’, ve le pagherò 100 lire l’una”. I ragazzi si diedero un’occhiata, e il mattino dopo fui costretto a sborsare duemila lire e rotti. E con questa scorta di bellissime e “rare” Pyrum potei fare ottimi scambi con collezionisti americani: per circa un anno di corrispondenza passai gloriosamente per “l’italiano che aveva le Pyrum”.